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Archive del 4 Giugno 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

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