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Archive del 18 Giugno 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 20,10-13)

 

È noto il detto “la lingua non ha le ossa, ma rompe le ossa”; tale è la forza della calunnia, della diceria, dell’imputazione coscientemente falsa diretta a distruggere l’integrità morale e la reputazione di una persona. È il caso del profeta Geremia, destinatario di tale atteggiamento “Sentivo la calunnia di molti”, con l'intento di costoro di arrecargli il maggiore danno possibile. “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Un complotto senza scampo.

La motivazione è l’ingrato compito del profeta, al quale è conferita dal Signore la missione di compiere tale incarico nel trasmettere parole, messaggi e prospettive radicalmente opposte alle attese delle autorità e del popolo.

Da un lato il profeta denuncia il comportamento del popolo e delle autorità, contrario ai termini dell’Alleanza per il mancato rispetto della giustizia e del diritto riguardo ai poveri, gli indifesi, così come il sopruso dei potenti verso i deboli.

Dall’altro lato, il tempio – centro del potere religioso e politico, luogo sacro del legame fra Dio e il suo popolo eletto e segno della presenza di Dio celebrata nel meticoloso e puntuale culto – è ritenuto come garanzia di difesa e di protezione contro ogni avversità.

Geremia osa proprio affermare che tale sicurezza è fallace, poiché non c’è rispetto ai termini dell’Alleanza. Di conseguenza, va formandosi e crescendo l’opposizione, e il rigetto diventa drammatico e determinato: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”.

Addirittura sono coinvolti gli amici, le persone dalle quali si aspetta appoggio, aiuto o, per lo meno, un sostegno. Invece è tutto il contrario, dato che essi ne aspettano la caduta o il suo passo falso: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”.

Sconcertante, drammatica e radicale è la solitudine di Geremia; si sente defraudato e ingiustamente abbandonato dal Signore, nonostante la sua fedeltà alla missione non preveda sconti per nessuno. Il suo lamento è tale da esclamare: “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (15,10).

Al massimo dello sconforto e della prova, il Signore risponde alle lamentazioni: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi dovranno tornare a te, non tu a loro” (15,19). Non è che il Signore si è allontanato o dimenticato del profeta, ma il fatto è che, nello svolgimento della missione, Geremia non ha saputo distinguere ciò che è prezioso da quel che non lo è.

In cosa consista il contenuto dei due fattori contrapposti non è specificato. Tuttavia, l’indicazione è estremamente preziosa per qualsiasi azione profetica di tutti i tempi, per l’inevitabile drammaticità del radicale rigetto. Normalmente si accusa il destinatario di tutto il male, ma occorre anche l’auto-analisi, in ordine alla qualità del discernimento per riappropriarsi della serenità d’animo, della fiducia nel Signore e continuare nel cammino.

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”. Si tratta, come afferma il profeta Michea, di“camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8d). È proprio nell’umiltà il corretto discernimento, in virtù del quale i “persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna incancellabile”.

In tale circostanza, dal mondo interiore sorge un nuovo stato d’animo, opposto a quello precedente: “Signore degli eserciti, che provi il giusto (anche se imperfetto nel discernimento o nella sua totalità), che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!”.

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