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Archivio di Luglio 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,1-3)

Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. L’invito è rivolto al popolo, la cui attenzione è segnata dalla preoccupazione per la sopravvivenza. In esilio cerca in tutti i modi di trovare mezzi e incontrare situazioni che gli permettano di vivere decentemente. Dalle parole del Signore si deduce che l’intento non dà il risultato sperato: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro denaro per ciò che non sazia?”.

L’impoverimento e la frustrazione sono evidenti. Il Signore si rivolge a “voi tutti assetati, (…) voi che non avete denaro”. Non è difficile cogliere lo stato d’animo di chi percepisce di trovarsi su una strada senza sbocco, senza via d’uscita. È anche la condizione odierna di persone o di gruppi che, per diversi motivi e in differenti circostanze, soffrono rovesci generatori di crisi e di forte sconcerto. Questi momenti lasciano un senso di frustrazione e di delusione che scoraggiano, fanno cadere le braccia e, addirittura, mettono in dubbio il senso del vivere.

“Su ascoltatemi (…) Porgete l’orecchio e venite a me”. Nell’Antico Testamento è molto insistente l’esortazione: “Ascolta Israele!”. Non si tratta semplicemente di udire, ma d’impegnare tutte le facoltà della persona: l’intelligenza, la volontà, la memoria, coinvolte nell’amore per la causa di Dio, l’avvento del suo regno.

Si ascolta con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Ascoltare è la prima qualità del discepolo. Salomone, appena succeduto al padre nel governo, ancora molto giovane e in preda al panico su come e cosa fare, nel sogno in Gàbaon chiede a Dio che gli appare: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare”. Di rimando il Signore è molto soddisfatto della richiesta e gli concederà, oltre alla proverbiale sapienza, anche quello che era normale che un re chiedesse: lunga vita, vittoria sui nemici e ricchezza.

L’effetto dell'ascolto è la qualità di vita; “ascoltate e vivrete” è la meta sospirata quando le prospettive sono la sofferenza e il non senso dell’esistenza. È come risorgere, rinascere, rincontrare il cammino perso e trasformare la convivenza umana, e i rapporti interpersonali, nella dignità, da vivere con gioia ed entusiasmo.

Il motivo principale per aderire all'esortazione è che essa insegna e stabilisce la dinamica dall’Alleanza, cosicché dice il Signore: “Io stabilirò per voi un'Alleanza eterna, i favori assicurati a Davide”. Il patto eterno è garanzia della costante presenza del Signore, con le caratteristiche proprie del dono di sé stesso per la causa del diritto e della giustizia, ossia l’avvento del suo regno e l’accoglienza della sua sovranità.

I favori assicurati a Davide sono tesi a sostenere e contribuire alla realizzazione e al consolidamento del Regno, ad impiantare le condizioni di efficacia, in modo tale che la trasmissione della pienezza di vita sia costante e non manchi in ogni circostanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 3,5.7-12)

Il brano racconta il sogno di Salomone in Gàbaon. Alla morte del padre egli, essendo ancora giovane, ammette sinceramente: “sono solo un ragazzo; non so come regolarmi”. Tuttavia si trova a dover governare una situazione molto complicata, anche per la recente unione delle tribù con quella di Giuda, motivo per il quale Davide scelse quale capitale Gerusalemme, strategicamente collocata sul confine delle due.

Non è difficile immaginare il turbamento e l’ansia del giovane Salomone, non sapendo come fare e da dove iniziare, e con la corte che è un nido di vespe. Ebbene, quella notte in Gàbaon, il Signore gli apparve in sogno e disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”. Il re è solito chiedere quello che Dio, conoscendo l’animo umano, si aspetta: molti giorni di vita, denaro e ricchezza, e la vittoria nelle battaglie sui nemici.

Invece Salomone chiede: “Concedimi un cuore che sappia ascoltare, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?”. Dio è profondamente compiaciuto dalla singolare e sorprendente richiesta; infatti, “Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa”.

Rilevanti sono le prime parole riguardo al cuore che sappia ascoltare, condizione imprescindibile per elaborare il progetto di governo che renda giustizia, e discerna in modo corretto il bene dal male a favore della singola persona e dell’organizzazione sociale. Il cuore è la sede dove si elabora e consolida il progetto, frutto dell’ascolto dei legittimi e indispensabili bisogni del popolo, in attenzione alle esigenze dell’Alleanza.

L’ascolto è caratterizzato dal coinvolgimento di tutte le facoltà della persona per impegnare, con determinazione, l’anima, la mente e le forze disponibili alla crescita del popolo e alle esigenze di ogni persona.

Fra l’altro, lo stesso coinvolgimento vale per il dialogo interpersonale finalizzato allo sviluppo adeguato e soddisfacente del rapporto simbiotico, nel quale percepire in filigrana la misteriosa presenza del Signore con l’avvento del suo regno, ossia con l’accoglienza della sua sovranità.

Ciò è possibile per la purezza del cuore, lontano da ogni ambiguità e sinceramente determinato a cercare la verità nella trasparenza con sé stesso e con le persone nel contesto specifico, e con attenzione e ascolto alle diverse situazioni giornaliere. Si accompagna tale processo il cuore libero da ogni preconcetto e pregiudizio, condizione imprescindibile per il buon proposito di servire la causa del regno.

L’ambiguità riguarda la conformità e la giustificazione di realtà incompatibili, a progetti personali o di lobby motivati da interessi personali a scapito dei corretti sentimenti e proposti espressi da Salomone. Essa è il contrario del “cuore puro”, sincero e trasparente, con il quale, per lo stato di beatitudine, è permesso di vedere Dio, come afferma Gesù nel discorso della montagna.

Non si pone in ascolto chi ritiene di sapere abbastanza dell’ambiente e dell’argomento, di avere già la risposta pronta in conformità alle leggi, alle norme e alle tradizioni consolidate dall’esperienza e dalla consuetudine. Non ascolta chi ritiene che l’interlocutore non sappia, né sia in condizione di sostenere e realizzare il cammino, assumendo i mezzi adeguati da prendere in considerazione per il successo dell’azione di governo.

Ci sono anche aspetti di ordine personale e stati d’animo – preoccupazioni, sofferenze, ansie, ecc. – che intralciano l’accoglienza e l’ascolto. Perciò l’ascolto è l’autentico primo passo dell’accoglienza del Regno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 12, 13.16-19)

L’autore loda la cura di Dio per tutte le sue creature, affermando che "Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose”, giacché tutto proviene da Lui, dall’opera delle sue mani – Il Figlio e lo Spirito Santo -. Il motivo dell’affermazione è confutare l’accusa che Dio sia un “giudice ingiusto”.

Punto centrale della riflessione è la forza di Dio: “La tua forza è principio di giustizia”. Al contrario di quello che, dal punto di vita umano comunemente s’intende per forza quale energia impositiva e coercitiva, essa ha tutt'altre caratteristiche. Dio è amore e, pertanto, la forza, la sorgente e il principio della giustizia, è rapportabile all’amore, che costituisce l'essenza e l’esistenza di Dio stesso.

In tal modo “Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono”. Il rigetto da parte dell’offeso ingiustamente è un modo per non farsi prendere dalla delusione, dal sentirsi defraudato e permettere che, nell’intimo, si covino sentimenti di ostilità e propositi di rivalsa o di castigo.

Al contrario, l’autore pone in evidenza la magnanimità di Dio che, “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi, tu eserciti il tuo potere” indicando, in tal modo, che la forza e il potere motivano l’esercizio inaspettato e intenso del suo amore.

Significativa, al riguardo, è la supplica del profeta Geremia: “Lo so, Signore: l’uomo non è padrone della sua vita, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi. Correggimi, Signore, ma con giusta misura, non secondo la tua ira, per non farmi venir meno” (10,23-24). Lui è “padrone” del potere la cui forza è l’amore, essenza e senso della sua esistenza, che declina la sua immensa misericordia.

Questa condizione gli permette di esercitare la mitezza, la grande virtù di intervenire, in modo corretto, nel pieno dominio di sé stesso e, conoscendo la situazione in cui si trova il destinatario, gli consente di agire in modo appropriato. Inoltre da essa procedono la propensione al perdono e la disposizione a giustificare gli errori; in altre parole, l’indulgenza.

Il fine della giustizia è far sì che gli uomini diventino sempre più umani e l’autore afferma: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini (…)”. Con altre parole, apre e coinvolge nell’amore divino coloro che accolgono il dono del suo amore in modo che diventino imitatori del suo amore verso altri uomini crescendo in umanità.

Dio, sommo pedagogo, insegna al suo popolo che il giusto è tale nella misura in cui è capace di amare, coltivando in tal modo la fedeltà all'Alleanza nell’imitazione dell’amore del Signore che, con l’avvento della sua sovranità, – l’avvento del Regno di Dio -, coinvolge ogni persona e l'intera società.

“(…) e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,10-11)

La metafora della pioggia e della neve trasmette molto bene l’idea dell’efficacia della Parola di Dio diretta a tutta l’umanità. La Parola (da intendere non solo come fonema che esce dalla bocca ma anche come fatto, azione) è il dono di Dio per tutti indistintamente, senza privilegi o differenze di sorta, come suggerisce il riferimento alla pioggia e alla neve.

Per mezzo di essa Dio si auto-rivela per chiamare alla comunione con sé tutta l’umanità e fare in modo che essa, con tutto il creato, manifesti l’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nel quale ogni persona, e l’umanità intera, sperimentino il dono della vita in abbondanza.

Sulla scia della pioggia e della neve anche la Sua Parola “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Il sogno, il desiderio di Dio è che gli uomini sintonizzino con l’amore (simbolizzato dall’azione feconda della pioggia e della neve) che motiva la sua azione, la sua auto-manifestazione.

Il regno di Dio, che intende impostare con essa, è la risposta su come continuare a vivere e crescere nel dono della libertà, il cui artefice è Dio stesso, quale operatore della liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo del male e del peccato -. La finalità dell’avvento del regno è fare della terra promessa, in cui il popolo si trova, il luogo,  l’ambito del diritto, della giustizia, della fraternità e della solidarietà.

La Parola non è solo espressione del sogno, del desiderio di Dio, ma traccia il cammino e indica i mezzi per realizzarlo. Accoglierla, pertanto, non consiste solo nell’acconsentire ad essa ma nel praticare con audacia, coraggio e creatività tutto ciò che insegna a livello di contenuto e di metodo, giacché essi – il popolo eletto – sono stati liberati per vivere e crescere nella libertà, che sintonizza con l’amore che Dio ha manifestato a loro favore con la liberazione e la promessa di una nuova terra.

La liberazione si manifesta, e la libertà cresce, per la pratica dei valori di cui sopra, quando assunti e vissuti nella gratuità, in attenzione ai bisogni che fanno dei destinatari persone sempre più umane e attente ai meno favoriti, perpetuando, in tal modo, la spirale in continua espansione della dinamica dell’amore quale pratica della libertà.

La missione non è un dovere da compiere ma l’esigenza e la condizione per crescere dal punto di vista umano e nello Spirito. Essa richiede, ovviamente, di farsi carico in modo responsabile e solidale delle condizioni del popolo e delle persone deboli, il che presuppone incomodarsi, sintonizzare e fare proprie le loro sofferenze e difficoltà. Il desiderio è sentimento, la pratica è azione. È noto il detto: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per indicare lo iato da superare per sintonizzare con il dono dell’avvento del Regno.

La parola viva – la missione – illumina e sostiene l’argomentazione, per “rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

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