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Il delinquente resta sempre un uomo. La sua dignità non può essere snaturata o alienata nemmeno dal peggior male che possa compiere Il problema carcere viene ancora rimosso o enfatizzato dalle opposte fazioni per sostenere o avallare le proprie ideologie, i propri teoremi

di CARLO MARIA MARTINI  

L'AMMINISTRAZIONE della giustizia penale è una delle strutture essenziali della convivenza sociale. La persona umana è il massimo valore a motivo della sua intelligenza e libera volontà, dello spirito immortale che la anima e del destino che l'attende. La sua dignità non può essere svalorizzata, snaturata o alienata nemmeno dal peggior male che l'uomo, singolo o associato, possa compiere. L'errore indebolisce e deturpa la personalità dell'individuo, ma non la nega, non la distrugge, non la declassa al regno animale, inferiore all'umano.
Ogni persona è parte vitale e solidale della comunità civile; distaccare chi compie un reato dal corpo sociale, disconoscerlo, emarginarlo, fino addirittura alla pena di morte, sono azioni che non favoriscono il bene comune, ma lo feriscono. Le leggi e le istituzioni penali di una società democratica hanno senso se sono tese al recupero di chi ha sbagliato, se operano in funzione dell'affermazione e sviluppo della sua dignità

Spesso mi domando: le leggi, le istituzioni, i cittadini, i cristiani credono davvero che nell'uomo detenuto per un reato c' è una persona da rispettare, salvare, promuovere, educare? Per quanto riguarda le istituzioni, ci vogliono certamente leggi e ordinamenti che difendono e assicurano il rispetto della vita e dell'incolumità di tutti i cittadini. La sicurezza va garantita. Se tuttavia ci confrontiamo con l'esperienza di chi sta in carcere e di chi sta accanto ai carcerati, scopriamo con amarezza e delusione che la realtà carceraria in Italia (e anche altrove!) spesso non contribuisce al recupero della persona. Per un Vescovo quella del carcere e dei carcerati è un'esperienza fondamentale e doverosa, perché risuona anche nell'oggi la parola di Gesù: "Ero in carcere e siete venuti a visitarmi" (Matteo 25, 26).

La condizione carceraria mi coinvolge profondamente nel travaglio sia dei detenuti e dei loro parenti sia degli addetti al servizio, delle autorità e dei legislatori, non pochi dei quali si interrogano sempre più sulle contraddizioni e le sofferenze che la pena detentiva vorrebbe risolvere, ma di fatto non risolve. è un problema estremamente complesso, dai risvolti drammatici. Chi è stato offeso nei suoi beni, nei suoi affetti, nella vita dei suoi cari non riceve dalla detenzione dell'offensore un risarcimento reale per quanto ha sofferto. Il problema carcere viene ancora oggi rimosso dalla vita della comunità per paura o per sensi di colpa; pur essendo gestito dallo Stato, in realtà è privatizzato dagli addetti ai lavori per ragioni di sicurezza sociale; viene enfatizzato dai mass media di opposte parti e ragioni per sostenere o avallare le proprie ideologie, i propri teoremi, oppure per giustificare comportamenti e situazioni insostenibili e contrarie al rispetto dei diritti dell'uomo. Far luce su tale problema sarebbe il modo migliore per giungere alla progettazione e alla pratica di strategie educative e terapeutiche del senso etico e sociale degli individui.

La luce mette in fuga anche la notte più profonda. Sarà utile, in particolare alle comunità cristiane conoscere con maggiore verità la realtà del male, specificamente del male morale. Non esistono persone soltanto negative, tutte e sempre malvagie, identificabili nel reato; in ognuna c' è del frumento buono mescolato alla zizzania; le capacità del bene e del male nella persona umana convivono. Il reato è comunque sintomo di un disagio profondo, interiore, che produce violenza, ingiustizia, criminalità. Il comportamento delinquenziale è spesso causato da ignoranza, da mancanza di realismo, da irresponsabilità, da asocialità, da istinti negativi, da cattiva educazione. è necessario ritrovare ogni giorno le motivazioni dinamiche per convincerci che comunque l'uomo vale, può essere curato e, anche se è colpevole, resta sempre soggetto primario della società. Non è l'uomo una bestia da domare, un bersaglio da colpire, un nemico da sconfiggere, un parassita da uccidere; è persona da stimare pur quando non ci stima, da comprendere anche se ha la testa dura, da valorizzare anche se ci disprezza, da responsabilizzare anche se ci appare incapace, da amare anche se ci odia.

La carcerazione deve essere un intervento funzionale e di emergenza, quale estremo rimedio temporaneo ma necessario per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana, per fermare colui che, afferrato da un istinto egoistico e distruttivo, ha perso il controllo di se stesso, calpesta i valori sacri della vita e delle persone, e il senso della convivenza sociale. Noi non siamo una società che vive il Vangelo. Se davvero tutti vivessimo il Vangelo e ci sforzassimo di amarci scambievolmente, di praticare la regola del "fà agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te", non ci sarebbero né giudici, né condanne. Siamo molto lontani dalla comunità perfetta a cui punta il Vangelo, e quindi abbiamo bisogno di strutture di deterrenza e di contenimento. Ma il cristiano – se vuole essere coerente con il messaggio di Dio Padre misericordioso che non gode per la morte del peccatore, vuole anzi che si converta e viva e per lui fa festa – non potrà mai giustificare il carcere se non come momento di arresto di una grande violenza.

I modelli sanzionatori non devono ritenere scontate le modalità di risposta al reato fondate semplicemente sulla ritorsione, sulla pena fine a se stessa, sull'emarginazione. è il tema del superamento della centralità del carcere nell'ambito penale. Bisogna fare di tutto perché il carcere sia luogo di forte e austera risocializzazione, con programmi chiari e controllati, con l'impegno di persone motivate e con incentivi atti a promuovere tali processi.  Appare oggi più evidente l'inadeguatezza di misure repressive o punitive che un tempo la società non poneva in questione. è quindi necessario ripensare la stessa situazione carceraria nei suoi fondamentali e nelle sue finalità, proprio a partire dalle attuali contraddizioni.

Nella Bibbia ebraica esistono almeno due visioni differenti della pena o castigo: la punizione come intervento della giustzia di Dio e la punizione come effetto prodotto dalle dinamiche del peccato in se stesso. Occorre però aggiungere che, nella prima visione, l'intervento punitivo di Dio ha sempre una finalità salvifica ed è sempre indirizzato a scuotere la coscienza del popolo e degli individui per condurli alla conversione. Queste due tradizioni – che si ritrovano anche nel Nuovo Testamento – non vanno contrapposte, ma armonizzate; sia l'una che l'altra tendono al recupero dell'uomo per la sua salvezza e felicità.
Penso ad alcuni racconti del Primo e del Nuovo Testamento che non finiscono mai di commuovere e di provocare: la colpa di Adamo ed Eva alle origini dell'umanità e la pena che ne è conseguita (Genesi 3); il fratricidio di Caino (Genesi 4); le discordie dei popoli nella costruzione di Babele (Genesi 11); il peccato di Davide (2 Samuele 11-12); la parabola del figlio prodigo che rifiuta di vivere con il padre (Luca 15); la passione di Gesù (Matteo 26-27).

Se ripercorriamo questi racconti dal nostro punto di vista, troviamo quattro indicazioni.
1. Nella colpa c'è già la pena. I peccatori nella Bibbia prendono gradualmente coscienza che commettendo quel reato si sono autocondannati a vivere al di fuori della famiglia di Dio, a vivere da stranieri. Nella colpa c'è insita una sconfitta, un fallimento, e dunque sofferenza, umiliazione.
2. La colpa trasforma la pena in responsabilità. Chi ha sbagliato, dovrà assumersi, come pena, responsabilità più gravi e onerose per riguadagnarsi la vita: faticare alla ricerca del pane, adattarsi alla vita di servo.
3. La pena non cancella la dignità dell'uomo, non lo priva dei suoi diritti fondamentali (rispetto, nutrimento, istruzione, famiglia, libertà, solidarietà). Nessuno viene sradicato per essere rinchiuso in un luogo irreale e snaturato. Avendo però negato la paternità di Dio e infranto i rapporti pacifici con il prossimo e con se stesso, dovrà percorrere un duro cammino di ritorno verso la felice realtà di partenza, il ricupero della propria dignità, il rientro nella comunità. Tale cammino di conversione è la vera e unica pena richiesta da Dio per ridonare ai peccatori la remissione della colpa. C' è grande gioia in cielo per un peccatore pentito!
4. Dio non fissa il colpevole nella colpa identificandolo in essa. L'unico e vero giudice dell'uomo è Dio che trasmette a tutti i colpevoli anche la speranza in un futuro migliore, mira alla riabilitazione completa, chiede loro di non ripetere il passato errore e di risarcire il male compiuto con gesti positivi di giustizia e di bontà.
A tutti poi offre sempre l'aiuto necessario per vivere da uomini giustificati.

 

 

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