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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,14.22-33)

Dopo la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, le parole di Pietro testimoniano il significato degli eventi pasquali: "Gesù (…) consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano dei pagani, l’avete crocifisso e ucciso”.

Il prestabilito disegno e la prescienza non si riferiscono a una determinazione previa del Padre, che condiziona la libera volontà, la scelta e l’azione del Figlio, come se Questi avesse dovuto obbligatoriamente, e inevitabilmente, eseguire quanto stabilito, senza poter scegliere diversamente. Si riferisce alla forza e alla dinamica dell’amore che riguarda l’avvento del Regno di Dio, l’ambito della salvezza personale e sociale del popolo eletto, dell’umanità intera e della creazione, che il Figlio assume come propria libera scelta e piena coscienza.

La consegna si riferisce alla determinazione, tenace e caparbia, di perseverare per la causa del Regno, in virtù dell’amore che costituisce l’essenza e l’esistenza della Trinità stessa, la sua identità e la finalità della sua auto-manifestazione. La causa ultima della salvezza non è il sacrificio ma l’amore.

L’amore è porre se stesso nell’altro e assumerne la sua condizione vitale. È entrare nel cammino a spirale che, coinvolgendo gli altri, si espande all’infinito verso la vita piena che non avrà mai fine. È quello che Gesù ha fatto e che lo ha condotto alla consegna, in virtù della quale “Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”. L’amore, che motiva e sostiene la consegna, è lo stesso che risuscita.

“Mi hai fatto conoscere la via della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. L’uomo Gesù ha sperimentato in se stesso la via della vita. Dirà di essere il cammino, perché verità e vita. Egli è rimasto fedele contro venti e maree, contro tutto quello che si opponeva alla sua missione, fino a subire le conseguenze della croce. Perciò è colmato dall’immersione nella gloria di Dio, ossia nell’instaurazione del Regno -la sovranità di Dio – nella sua persona umana, divenendo Gesù Cristo, vero uomo partecipe della pienezza di vita.

È evidente che la vita condotta a somiglianza di quella di Cristo è l’unica e autentica legge dell’esistenza, e può includere anche il sacrificio della stessa per la causa del regno. È l’unica realtà che vince il nemico dell’esistenza, la morte. Non solo quella fisica, ma anche quella che rende l’esistenza disumana, vuota e senza senso, corrotta e malvagia, edificando barriere di esclusione e divisione.

Gesù "non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Parole che testimoniano la risurrezione di tutta la persona: corpo, anima e spirito. Non si tratta semplicemente della sopravvivenza dell’anima dopo la morte né dell’immortalità della stessa; è la distruzione della morte che riscatta tutta la persona, il trionfo del corpo,  trasformato e rigenerato a nuova vita.

Con la risurrezione il corpo di Gesù Cristo partecipa della vita piena di Dio: “Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire”. Lo stesso amore, che ha motivato e sostenuto l’attività pastorale e la consegna (lo Spirito Santo), è la stessa realtà della risurrezione.

Le sue ultime parole sulla croce – “nelle tue mani affido il mio Spirito” – testimoniano un’esistenza vissuta in profonda unione con Lui, perché tutta la sua persona e la sua attività sono state condotte all’insegna dallo Spirito.

Importante è l’inciso che lo Spirito, ricevuto nella risurrezione e in virtù del quale è costituito come Gesù Cristo, Dio lo ha effuso sui discepoli e su tutta la creazione, come testimonia l’evento di Pentecoste. Così incomincia la nuova creazione con la presenza dello Spirito di Cristo.

Il coinvolgimento negli effetti dell’insegnamento, dello stile e pratica di vita, della morte e risurrezione di Gesù, è manifestazione dell’apertura della mente e del cuore allo Spirito di Cristo; non solo alla persona storica di Gesù ma allo Spirito che, in virtù della risurrezione, è intimamente unito e costituisce una cosa sola in Lui.

Invocare lo Spirito è chiedere lo Spirito del Risorto e, con Lui, l’intelligenza e la forza dell’agire del Gesù storico, per entrare in sintonia con la volontà e la realtà del Padre, cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (1Pt 1,17-21)

 

Pietro si rivolge alla comunità con queste parole: “se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri”. Il timore di Dio consiste nell'atteggiamento,  grato e sincero, di riconoscenza della paternità di Dio e della volontà di servirlo con scrupolosa attenzione, impegnando tutto se stesso nel non assumere comportamenti a lui sgraditi, anche nei minimi particolari. Richiede, necessariamente, l’accoglienza dello Spirito di Cristo e degli effetti che esso produce nella vita personale, ridisegnando i rapporti interpersonali e sociali prestando attenzione all’umanità intera, in ordine all’avvento del regno di Dio.

Quest’ultimo aspetto – il regno di Dio -, costituisce il futuro dell’ultimo e definitivo intervento della Trinità sulla creazione e l’universo, nel quale rivelerà la porterà della realtà del Regno, già manifestato, in chiave penultima, nella pratica della carità. Nel corso della storia e delle sue mutevoli condizioni, pur nei limiti umani e per il comportamento della comunità dei discepoli, l’avvento del Regno stigmatizza questo mondo come una patria di stranieri, in tensione verso il suo ultimo e definitivo trionfo di pienezza di vita nella nuova patria.

L’apostolo ricorda che il prezzo della liberazione non fu effimero, non fu pagato con beni materiali quali "oro o argento (…) ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia”. Il sangue dell’innocente sacrificato diventa prezioso non perché versato in sacrificio, ma per l’amore che l’ha motivato e, ancor più, per gli effetti di tale amore nel credente che, per la fede, si sente rigenerato a nuova vita, diviene nuova creatura liberata dalla "vuota condotta ereditata dai padri” e, quindi, destinata all'insignificanza, alla falsa apparenza, alla delusione, al non senso e alla morte.

Il progetto di liberazione e di amore – che ha fatto di Gesù il Cristo dello Spirito e, dopo la risurrezione, lo Spirito di Cristo – manifesta che “Egli fu predestinato prima della fondazione del mondo”, in virtù dell’eterno disegno di salvezza della Trinità per l’umanità e l’universo intero. È la manifestazione della dinamica di Dio che, nel suo amore, fa nascere nel peccatore – la persona prigioniera dal male e dalla sfiducia nei suoi confronti – l’inversione di rotta verso la gloria eterna, nonostante le resistenze caparbie e violente nei confronti del Messia da lui inviato.

Orbene, tale disegno “negli ultimi tempi si è manifestato per voi”, affinché partecipiate di esso e “per opera sua – gli effetti della morte e risurrezione di Cristo – crediate in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria”. Prendere coscienza di esso fa sì che “la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio”, nonostante le prove e le difficoltà che la vita non risparmia a nessuno.

Fra l’altro, “gli ultimi tempi” non si riferiscono solamente al tempo cronologico, da poco trascorso degli eventi pasquali, ma proiettano una luce singolare sul concetto di esso. L’apostolo considera la qualità del tempo cronologico, che assume il carattere ultimo e definitivo con l’irrompere, nel credente, della fede nell’evento pasquale. Per la fede ogni momento cronologico – l’istante – assume la condizione di eternità. Quest’ultima non è l’assenza del tempo, ma la sua qualità.

Allora si consolida la coscienza delle “cose effimere (…) della vostra vuota condotta”, non perché non abbiano un valore in se stesse, ma per la dimensione di eternità nella quale sono coinvolte e destinate. La fede permette di percepire la dimensione occulta della realtà, l’autenticità e la verità della stessa.

È quel che accade ai due viandanti del vangelo.

 

Vangelo (Lc 24, 13-35)

Il testo racconta l’esperienza dei due discepoli disillusi e rattristati a causa della morte in croce di Gesù. Nessuno di loro, nemmeno lontanamente, immaginava che il Messia finisse i suoi giorni in quel modo. Fu un radicale sconvolgimento, un terremoto, che aveva cancellato speranze e progetti.

Mentre si dirigevano verso Èmmaus, abbattuti e conversando, col volto triste, di tutto quello che era accaduto, “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro”. È un dettaglio importante per ogni discepolo prendere coscienza che, pur nello sconforto più grande, Lui cammina al nostro fianco e non abbandona chi ha stabilito un serio e costante rapporto con Lui, accogliendo il suo insegnamento e la sua parola.

Il Risorto prende la forma di uno sconosciuto che si associa nel cammino e provoca la manifestazione del loro stato d’animo e dei loro sentimenti: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando sono accadute queste cose”. Forse i due discepoli speravano nell’avvento del terzo giorno – il momento del definitivo intervento di Dio, secondo la tradizione consolidata – che riscattasse le loro attese deluse, ma niente di tutto ciò stava accadendo.

Era arrivata loro l’informazione, sconvolgente e del tutto inaspettata, che raccontava dettagliatamente che cosa avevano visto le donne al sepolcro, il mattino presto: “non avendo trovato Il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”. Per di più, “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come hanno detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.

Questa è la distanza tra la mera informazione e l’esperienza dell’evento; è la stessa distanza in cui si trova la persona che, sinceramente e con buon proposito, desidera l’esperienza del Dio vivo. Ebbene, come ai due discepoli, il Risorto indica le condizioni.

In primo luogo indica la causa del “corto circuito” che rende impossibile procedere correttamente: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!". La stoltezza deriva dal non aver approfondito, meditato e, di conseguenza, sintonizzato con le indicazioni dei profeti riguardo alla fedeltà all’Alleanza, il cui effetto avrebbe coinvolto positivamente le persone e le autorità riguardo all’avvento del Regno, includendo anche gli altri popoli.

La loro stoltezza di cuore – il progetto di vita personale e sociale di tutt’altro ordine – e la lentezza nell’assumere la conoscenza dell’adeguato progetto, pur nei rovesci e nelle dolorose conseguenze, sono la causa dell’incomprensione della persona e della missione di Gesù. Perciò questi sopperisce e vi pone rimedio con l’istruzione: e, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. L’effetto è testimoniato dagli stessi discepoli: “Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. 

Nel cammino della vita, i viandanti devono fare riferimento alle Scritture per capire il senso di quello che sta accadendo, per quanto drammatico e sconcertate esso sia. Riflettere  avendo ben chiari i punti nodali e gli aspetti imprescindibili in ordine al sintonizzare con l’avvento del Regno di Dio, nelle mutevoli circostanze degli eventi e della storia, è fonte di saggezza e di gioia interiore per il dono del coinvolgimento.

Non solo, ma sorge spontaneo, autentico e sincero l’invito rivolto di restare e condividere la cena: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”, non solo per l’orario della giornata ma, sicuramente, per l’interessante, avvincente conversazione, e per il rapporto che li ha rianimati. E, nello spezzare il pane (memoriale dell’Eucarestia), “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”.

“Ma egli spari dalla loro vista”. Gesù non è più disponibile nelle stesse condizioni di prima della morte. Ma d'ora in avanti lo si può incontrare e riconoscere nel cammino della condivisione della Parola e del Pane – Lui stesso -, in modo che l’esistenza e il vissuto fra due o tre persone diventi dono di se stesse per la causa del Regno, ossia si faccia Eucarestia, rendimento di grazie a Dio.

 

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