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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 52,7-10)

Con il ritorno dall’esilio di Babilonia gli esuli trovano Gerusalemme in condizioni pietose. Le sentinelle vegliano sulle mura diroccate e il cuore del popolo è avvilito. Ed ecco irrompere l’annuncio del profeta “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme”.

Il riscatto è liberazione dalla prigionia, dalla schiavitù e da ogni sofferenza e malvagità insite in tale condizione. Si apre un futuro di libertà, di realizzazione piena, di soddisfazione per ogni persona, e per il popolo, la gioia della vita, la felicità di vivere.

“Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce”. Sentinelle poste dal Signore non solo per difendere quello che esiste, anche se in condizioni pietose, ma soprattutto per vedere da lontano che l’annuncio dell’evento è prossimo, imminente.

È il profeta che annunzia loro l’arrivo del messaggero di buone notizie che “annuncia la pace (…) la salvezza che dice a Sion: ‘regna il tuo Dio’”, con l’intento di dare le dritte per ricostruire nelle persone e nel popolo le condizioni per accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, in attenzione alla fedeltà di Dio all’Alleanza stabilita nel Sinai.

A tal fine “il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni”. In altre parole, impegna tutto se stesso, in modo tale che la grandezza e la magnanimità dell’evento coinvolga non solo Israele, ma tutte le nazioni nel percepire la portata dell’evento, con frutti di salvezza e di pace.

Con esso il messaggero manifesta la potenza e la forza del suo amore, la tenacia e la fermezza di agire, in modo da consolidare quello che fino allora non è stato correttamente compreso da Israele e, quindi, è causa della sua fragilità e debolezza riguardo alla fiducia ai termini dell’Alleanza, che lo hanno portato alla tragedia dell’esilio da cui è ritornato.

E la nuova opportunità che fa “belli i piedi del messaggero”, nel senso di ritenere benedizione l’arrivo che porta con sé l’opportunità di nuova vita. Opportunità della quale prenderanno coscienza tutte le nazioni, come una benedizione, dal momento che “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. L’evento è a favore dell’umanità intera.

Tuttavia, lungo i secoli, non si realizzerà per la durezza di comprensione, per la mancanza di fede, per la seduzione di alti cammini e progetti.

L’accoglienza del Signore è solo nominale, la realtà va per altri cammini. Ma Dio non desiste dal proprio progetto, ed ecco sorgere una nuova e decisiva opportunità con l’ingresso, nel mondo, del Figlio.

E quello a cui si riferisce la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 1,1-6)

La lettera è diretta ai connazionali convertiti al cristianesimo, a persone che ben conoscono gli avvenimenti importanti e la storia della propria nazione. In virtù di essa l’autore afferma che “Dio (…) ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezza del Figlio”. I credenti sono tali perché hanno sintonizzato e accolto la persona e la missione di Gesù.

L’autore assicura nella persona di Gesù la continuità dell’azione di Dio che, fin dall’antichità per mezzo dei profeti, aveva parlato in diversi modi ai padri. E con esso la storia arriva alla svolta irreversibile.

Mediante la persona e la missione di Gesù si crea la nuova condizione, sia per la persona credente che per l’umanità, nell’accogliere l’avvento della sovranità di Dio, e  nell’organizzarsi nel diritto e nella giustizia, secondo l’insegnamento e la pratica di Gesù che impianta le condizioni per l’avvento del regno nella storia umana.

Quando il Figlio ha compiuto la missione – consegnare se stesso per la causa del regno e risorgere dai morti – il Padre lo “ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo”. L’evento rivela che il Figlio ha avuto un ruolo nell’inizio della creazione e lo avrà anche riguardo al fine di essa, con l’evento ultimo e definitivo per mezzo dell’azione trinitaria, anticipo di un evento ancora maggiore con il ritorno del Risorto nel quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Di conseguenza si rende manifesto che il Figlio “è irradiazione della sua gloria – del Padre – e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente”. Questa condizione, si può dire, l'ha “guadagnata sul campo”, partendo dalla sua umanità assunta a livello infimo – “il Verbo si è fatto carne” (Gv1,14) – per insegnare agli uomini, nella stessa condizione, il cammino e i mezzi per partecipare, con l’azione dello Spirito, alla pienezza della vita del Padre, della vita trinitaria.

Compiuta per amore la missione della “purificazione dei peccati”, quale rappresentante davanti al Padre di tutti i peccatori, per aver assunto la condizione umana a livello infimo “sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli (…)”. (Vale precisare che il cielo non è un ambito geografico, ma l’ambito della profondità e trascendenza del divino).

“(…) divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro nome – angelo = messaggero – è il nome che ha ereditato”. Il nome che ha eredito Gesù Cristo, l’uomo infimo unto dallo Spirito che si è consegnato fino alla morte in croce per la causa del regno, è “tu sei mio figlio, oggi ti ho generato e ancora Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio”.

Pertanto, l’evento “oggi ti ho generato” non si riferisce all’incarnazione, ma alla risurrezione. L’incarnazione è l’inizio di un processo e di un cammino che lo porterà alla gloria, alla risurrezione, facendo sì che la realtà umana di Gesù è investita della figliolanza divina per la risurrezione.

In Gesù l’umano e il divino si intrecciano come le due eliche del DNA e le stanghette che unisce le due è l’amore, o meglio, l’amore trinitario.

La festa di oggi non consiste solo nel contemplare il bambino nato a Betlemme, ma segna l’inizio di un cammino, di un processo, che porta alla meta della risurrezione, ossia della pienezza della figliolanza divina nell’amore trinitario.

Ciò è confermato anche dal testo del vangelo.

 

Vangelo (Gv 1,1-18) – Estratto dal commento di Alberto Maggi

Il testo riassume ed anticipa tutto il vangelo di Giovanni. Egli inizia correggendo la scrittura, e termina smentendola. Inizia il suo vangelo scrivendo: “In principio era il Verbo”, il verbo significa la parola, è una parola creatrice, che realizza il progetto di Dio nella creazione, “era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Corregge l'interpretazione biblica nel libro della Genesi dove c'è scritto: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

Per l'evangelista Dio, prima ancora di creare il cielo e la terra, aveva questo progetto e ha voluto che si realizzasse. Ma non solo: usando la parola, il termine “Verbo”, cioè parola, contrappone alla tradizione biblica, che diceva che il mondo era stato creato in vista delle dieci parole – il decalogo – l'unica parola che si manifesterà in questo vangelo, in un unico comandamento, quello di Gesù: “amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato”.

Se Giovanni inizia correggendo la scrittura, conclude il suo prologo smentendola. Infatti, scrive al versetto 18, in maniera perentoria: “Dio, nessuno lo ha mai visto”. Ma come può l'evangelista affermare una cosa del genere? Eppure, nella Bibbia si legge che Mosè, Aronne e altri 70 anziani hanno visto Dio. L'evangelista non è d'accordo: hanno avuto esperienze parziali e, pertanto, la legge che esprime Mosè non può manifestare la pienezza della volontà di Dio. Quindi l'evangelista è lapidario: “Dio, nessuno l'ha mai visto”.

“Il figlio unigenito che è Dio ed è nel seno – nel seno significa nella piena intimità – del Padre, è lui che lo ha rivelato”. È importante questa affermazione: per l'evangelista Gesù non è come Dio, ma Dio è come Gesù.

Tutto quello che noi credevamo di sapere, che c'è stato insegnato su Dio, ora va verificato con quello che vediamo in Gesù in questo vangelo. Tutto quello che corrisponde, coincide, va mantenuto, ma tutto quello che si distanzia o, addirittura, gli è contraddittorio, va eliminato.

Quando, in questo vangelo, nel capitolo 14, uno dei discepoli, Filippo, chiederà a Gesù: “mostraci il Padre e ci basta”, Gesù risponderà: “chi ha visto me ha visto il Padre”. Quindi Gesù non è come Dio, ma Dio è come Gesù. Quindi l'evangelista conclude il suo prologo con un invito a centrare tutta l'attenzione sulla figura di Gesù.

Ebbene, andando a ritroso in questo prologo, l'evangelista afferma: “Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità (…)”, un'espressione che indica l'amore generoso, l'amore fedele che si fa dono, “(…) vennero per mezzo di Gesù”. Gesù, che è l'unica vera manifestazione di Dio, inaugura una nuova relazione con Dio.

Mentre Mosè, il servo di Dio, aveva imposto una normativa tra dei servi e il loro signore, basata sull'obbedienza della legge, Gesù, che non è il servo di Dio (Lui è il figlio di Dio), propone un'alleanza tra dei figli e il loro padre, non più basata sull'obbedienza della legge, ma sull'accoglienza e la pratica del suo amore.

E, andando sempre a ritroso in questo prologo per comprenderlo, “Dalla sua pienezza (…)” – dalla realizzazione di questa parola in Gesù – (…) noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”. Ecco la dinamica della vita del credente, della comunità cristiana: è un amore che alimenta amore, amore comunicato, che si trasforma poi in amore donato, “grazia e grazia”.

E il versetto più importante, posto proprio al centro di questo prologo, è il 12, dove prima l'evangelista aveva scritto: “Venne tra i suoi” questo progetto, questa realtà “e i suoi non l'hanno accolto” non è una polemica con un mondo dal quale la comunità cristiana si è ormai allontanata, ma è un monito per stare attenti a non commettere gli stessi errori per cui, quando Dio si presenta, e si presenta sempre in forme nuove, in nome del Dio del passato non si riconosce il Dio che viene.

Ma ecco il versetto più importante posto al centro: “A quanti però lo hanno accolto (…)”, questo progetto di Dio che si manifesta in Gesù, “(…) ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Figli di Dio non si nasce, ma lo si diventa, si diventa accogliendo Gesù nella propria esistenza, e imitandolo nel suo amore. Con Gesù, Dio non è più da cercare, ma da accogliere. Con Gesù l'uomo non vive più per Dio, ma vive di Dio, e con Lui e come Lui va verso gli altri.

E al versetto 14 l'evangelista afferma: e questo progetto “si è fatto carne (…)”, si è realizzato nella debolezza della umanità assunta al livello infimo, “e venne ad abitare in noi (…)”, non significa soltanto venne ad abitare in mezzo a noi, ma in noi. Con Gesù, Dio chiede ad ogni persona di essere accolto nella sua vita, per fondersi con Lui, dilatare la sua capacità d'amare e renderlo l'unico vero santuario nel quale s'irradia il suo amore e la sua misericordia.

Mentre nell'antico santuario erano le persone che dovevano andare, e non tutti ne avevano accesso, nel nuovo santuario è questo santuario che va verso gli ultimi, che va verso gli esclusi. Il fatto che questo progetto di Dio si manifesta nella carne, nella debolezza della carne, indica che non esiste dono di Dio che non passi attraverso l'umanità: più si è umani e più si manifesta il divino che è in noi.

Allora, ritornando all'inizio del prologo (abbiamo fatto un po' di zig-zag perché è molto lungo, ma per comprenderne il significato), ecco che l'evangelista voleva dire: fin dall'inizio c'era questo progetto, questo progetto di Dio, una parola che s'incarna, si manifesta la condizione divina, e, in questo progetto, scrive l'evangelista, “era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta”.

Ecco il grande incoraggiamento che l'evangelista ci dà: bisogna accogliere questo amore di Dio e manifestarlo. Non bisogna combattere le tenebre, non bisogna sprecare energie per combattere, ma la luce si deve espandere. Nella misura in cui la luce si espande, ecco che le tenebre se ne vanno. Questa idea che poi girerà in tutto il vangelo, verrà formulata da Gesù pochi istanti prima di essere arrestato, quando Egli dirà: “Coraggio io ho vinto il mondo”. Coloro che si pongono a fianco della verità della luce, dell'amore, saranno sempre i vincitori sulle tenebre, sull'odio e sulla morte.

 

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