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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. La polvere è l’ambito in cui abita e di cui si alimenta il serpente, figura metaforica del tentatore che vive e si alimenta dell’astuzia del male. La polvere costituisce la materia con la quale è plasmato l’uomo e, di conseguenza, la tentazione è connaturata alla realtà dell’uomo.

La tentazione porta in sé stessa il “mistero dell’iniquità” – cui fa riferimento S. Paolo – presente nella creazione. Con essa Dio s’imbatte nel suo contrario, opponendosi come “mistero di salvezza”. Ebbene, sulla polvere Dio compie il primo passo della salvezza, soffiando su di essa l’alito di vita: lo Spirito; e da quel che era una realtà inerme prende vita l’essere vivente, l’uomo. È il dramma dell’esistenza, due realtà radicalmente opposte, conflittuali e irriducibili.

Famoso è il libro di Miguel de Unamuno – filosofo spagnolo vissuto a cavallo tra l’800 e il 900 – “L’agonia del Cristianesimo”, ovvero la battaglia fino all’ultimo respiro. In tale prospettiva la vita del credente e dell’uomo di buona volontà sarà impegnata in una lotta costante fino all’ultimo respiro, come lo è stato per Gesù.

Il brano narra che Dio pone l'uomo nel giardino, in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

L’albero della vita, che mantiene e fa crescere la vita dell’uomo è la metafora della forza e della vita di Dio. Tuttavia, la conoscenza del bene e del male Dio la avoca a sé stesso; il secondo albero indica il modo di procedere dell’uomo per vincere il mistero dell’iniquità a favore della pienezza di vita per la quale è creato. Dio non è solo forza vitale ma, anche, criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, ed a Lui l’uomo deve riferirsi nel cammino giornaliero.

Dio è l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Più che interrogarsi sull’origine del male – un problema irrisolvibile per la filosofia e la teologia – il brano afferma la sconfitta del male da parte di Dio; in Dio stesso, come testimonia l’esperienza di Dio fatto uomo nella persona di Gesù. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo di esperienza abbia di esso, non è raccontato. È il mistero sconcertante che va oltre a ogni tentativo umano di trovare una risposta soddisfacente.

In ogni caso, mantenere la comunione con Dio attraverso la libera adesione alle sue indicazioni è condizione necessaria, non solo per la vittoria sul male e il trionfo del bene, ma anche per procedere nel cammino per il quale l’immagine – l’uomo – diverrà sempre più somigliante a Dio, fino a diventare “come Dio”, come Lui stesso. Il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa, nel quale cresce l’intimità e la familiarità, sempre più solida e soddisfacente, fra i due.

La forza potente del male è presentata come astuzia, capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”. È impressionante come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio e in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia, nella tentazione, è giocato sulla mezza verità. La tentazione non presenta tutta la verità ma solo parte di essa, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

La tentazione ingannatrice del “sareste come Dio” è sufficiente per attrarre l’attenzione dell’uomo e suscitare il desiderio di assecondarla con la conseguenza di cadere nel tranello, perché costitutivo della persona. Dio lo ha creato a tal fine: divenire “come Lui” meta della sua vocazione (della chiamata di Dio).

L’inganno non è nella meta, ma sul modo di arrivarci. Non riferendosi a Dio, e allontanandosi dalla sua indicazione di privilegiare il criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono, la seduzione prende il sopravvento. Allora”, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”. È sfiduciare Dio, illusoriamente a vantaggio di sé stessi.

Immediatamente “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”, producendo la spaccatura fra Eva e Adamo; infratti “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro – adesso devono nascondere parte di sé stessi, indossando la “maschera” per accettarsi vicendevolmente.

Il testo continua descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano nel presente.

La tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il creare la convinzione che si arriverà ad esso per un altro cammino, più attraente e in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

È la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso.

Allo stesso tempo l’autosufficienza dell’uomo mostra, in modo ingannevole, l’orizzonte più adeguato e conveniente per raggiungere l’obiettivo – quello messo nel cuore da Dio stesso – di essere “come Lui”.

Con l’allontanamento da Dio e la vittoria della “polvere” – tale è l’effetto del peccato – subentra la morte. Solo Gesù Cristo, con l’evento pasquale, vincerà peccato e morte, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 5,12-19)

Nella riflessione teologica di Paolo esistono due uomini: Adamo e Cristo, rispettivamente l’umanità caduta e quella redenta: “Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.

Fanno parte dell’umanità riscattata coloro che accolgono “la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia dal solo uomo Gesù Cristo”. Accogliere in primo luogo è un atteggiamento passivo ma, una volta accolto il dono – la grazia -, nel coinvolgimento di tutto sé stesso, emerge dal profondo l’impegno e la determinazione delle proprie facoltà – intelligenza, volontà e memoria – riguardo a quello che non appartiene né all’uomo né alla creazione ma all’avvento del Regno di Dio, alla Signoria di Dio nella propria vita, che declina immediatamente la propria esistenza nel diritto e nella giustizia a favore di tutti e di tutto.

L’insegnamento, le scelte e la pratica di Gesù trasmettono l’insieme delle caratteristiche del regno di Dio nei rapporti interpersonali e sociali. Con esse è indicato anche il cammino, il metodo e le virtù di audacia, coraggio e creatività che costituiscono il processo dell’avvento del Regno. Il sigillo dell’autenticità è lo zelo, la determinazione nell’imitare l’amore del Padre, manifestato in Gesù fino alla consegna nell’evento pasquale, quale testimonianza dell’avvento del Regno nella sua umanità, che è l’umanità di tutti gli uomini che Egli rappresenta davanti al Padre.

Determinante per ogni persona, e per l’umanità intera, è il suo ruolo di rappresentate davanti al Padre, in virtù del quale gli effetti del suo operato sono trasmessi, gratuitamente (la grazia, il dono) al rappresentato. Di conseguenza tutti gli uomini, e l’umanità intera, sono già oggettivamente redenti.

Con fiducia nel dono – nella grazia – del riscatto dal peccato, della propria purificazione, della rigenerazione, il credente entra nell’ambito e nel cammino del Regno. Assumendo la causa del Regno, in modo che la fedeltà ad essa allarghi ed espanda la realtà del Regno già presente (è il senso della preghiera “venga il tuo regno” nel Padre Nostro), avviene che la realtà oggettiva realizzata da Gesù si fa soggettiva nel credente per il suo coinvolgimento.

Il dono – la grazia – per la dinamica del quale si rinasce a nuova vita, ristruttura il credente a livello umano, psicologico, morale e spirituale. Attenzione: ciò nel credente non costituisce un possesso, come lo è un oggetto acquisito una volta per sempre e del quale si dispone a proprio piacimento.

Il dono è offerto dal rappresentante “di grazia”, ossia gratuitamente. Non è dovuto all’uomo per un obbligo da parte di Dio, né è acquisito per meriti dall’uomo stesso quale ricompensa per l’osservanza della Legge. La gratuità è puro amore di Dio – motivo del proprio essere e del proprio agire – che non esige nessun tipo di risposta, solo essere accettato, ignorato o rifiutato.

La singolarità di esso è che per crescere, mostrare la sua natura divina e consolidarsi, deve essere trasmesso altrimenti si “affievolisce”, sino a diventare irrilevante nel vissuto giornaliero.

La trasmissione si esercita facendo propria la causa di Gesù nelle molteplici diversità e novità degli eventi umani e del processo storico. Far fronte ad essi richiede che, “avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia – per il dono del Rappresentante – corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,1-2), ovvero che si assuma lo stesso processo di fede di Gesù, uomo come noi.

L’autore della lettera agli Ebrei si riferisce al Gesù storico, alla persona umana di Gesù, che ha messo come tra parentesi la sua condizione divina (Fil 2,7) e si fatto povero per arricchirci della sua povertà (2Cor 8,9). Gesù si pone a livello di tutti gli uomini per insegnare come accogliere, in ogni circostanza, il dono del Regno in sé stessi e, per lo Spirito, avere forza, audacia e coraggio nell’insegnarlo e testimoniarlo, in modo da portare a compimento la fede nella sua persona e nella causa del Regno.

Il contenuto specifico della fede è l’accettazione quale coinvolgimento. È l’asse dell’identità del credente in Gesù Cristo perché “per l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) tutti saranno costituiti giusti (oggettivamente). L’accettazione e il coinvolgimento è dono, non è imposto dalla volontà superiore, né è efficace senza il consenso del destinatario. Esso, il dono, richiede una risposta libera, cosciente nel sintonizzare sulla stessa legge e dinamica dell’amore da cui è scaturito.

L’effetto efficace dell’azione è la salvezza, ovvero la percezione sconcertante della grandezza e profondità dell’amore realizzato dal donante. Essa agisce a tre livelli:

– Perdona la sfiducia, l’ignoranza colpevole, il disinteresse (questi tre livelli configurano il peccato), riguardo all’azione di Dio.

– Ristabilisce l’alleanza nuova ed eterna, la comunione con Dio, imprime nel cuore la legge e la dinamica dell’amore, la cui pratica visibile è verificata dalle beatitudini.

– Suscita la certezza di partecipare della gloria futura. Tutto ciò configura la giustizia di Dio che si manifesta nelle persone e nella società, perché “ricevono l’abbondanza della grazia e il dono della giustizia”.

Fin dagli inizi della missione Gesù ha agito in questo orizzonte di dono, di grazia, e lotterà fino alla fine contro tutto ciò che cercherà di farlo deviare. È il tema del vangelo.

 

Vangelo (Mt 4,1-11)

Dopo Il battesimo nel Giordano, per prepararsi alla missione “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Con il battesimo Gesù si fa solidale con il peccatore e l’umanità peccatrice. Non essendo peccatore carica su di sé e sperimenta la forza, la seduzione ingannevole e il potere del “mistero dell’iniquità” – del peccato – in cui è coinvolta ogni persona e l’umanità intera.

Per questo il Verbo, la Parola, “si è fatta carne” ( Gv 1,14). Nell’assumere il livello infimo dell’uomo e dell’umanità potrà insegnare e accompagnare – prendendoli per mano – quelli che credono in lui nel passaggio dal “mistero dell’iniquità” al “mistero di salvezza”, due orizzonti irriducibili ed escludenti, e acquisire esperienza di cosa comporterà la fedeltà alla missione per la causa del Regno.

Con l’immersione nel peccato l’umanità di Gesù sente su di sé due realtà contrapposte: da un lato quella di Figlio di Dio e dall’altro quella del peccatore. La tensione, nel profondo di sé stesso, è descritta in forma di dialogo con l’avversario – il diavolo, colui che divide, separa da Dio – e le conseguenze derivanti dall’aderire alle tentazioni.

Nelle prime due la posta in gioco è la pretesa di Gesù di essere accolto e riconosciuto come Figlio di Dio: “Se tu sei Figlio di Dio”. Agli occhi degli uomini lontani da Dio, Egli deve dimostrare che lo è veramente!

Se cedesse alla richiesta “che queste pietre diventino pane”, avrebbe risolto con un tocco di bacchetta magica la(e) necessità fondamentale(i) dell’uomo. Non sarebbe stata più necessaria la solidarietà, la fraternità, il diritto e la giustizia fra gli uomini – la Parola vissuta che darebbe il pane e tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per una vita degna – e, di conseguenza, la pratica dell’amore. Ma Dio è amore e, cedendo alla tentazione, Gesù avrebbe mantenuto gli uomini distanti da Dio.

Ciò non vuol dire che il Padre si disinteressi della sorte degli “ultimi”. Al contrario, interpella continuamente le coscienze: dona gli strumenti per individuare le cause scandalose dell’ingiustizia, della povertà e dell’emarginazione (oggi rintracciabili nella globalizzazione dominata dalla tecnologia, alleata alla finanza, che sottomettono l’economia e, in particolare quest’ultima, la politica, invertendo l’ordine corretto e giusto!); indica il cammino (la fraternità universale nel diritto e nella giustizia) e i mezzi per accogliere l’avvento del Regno, ambito della comunione con Dio e gli uomini.

Il gesto spettacolare è rappresentato dalla seconda tentazione: buttarsi dalla torre del tempio. Infatti, “Se sei Figlio di Dio, gettati giù;”, per essere soccorso dagli angeli. Viene da pensare: quale migliore opportunità per convincere gli increduli! Ma sorge anche la domanda: la confidenza e l’amicizia con Dio, l’amore verso di Lui, dipendono da gesti grandiosi e sorprendenti?

Il filosofo Kierkegaard ritiene molto difficile che l’umile contadina creda nell’amore sincero e autentico del re nei suoi confronti, data l’enorme distanza fra i due. L’eventuale rapporto sosterrebbe la falsa comunione della convenienza, degli interessi, dell’opportunità propria di questi casi. La sterilità di tale rapporto è evidenziata dalla parabola del ricco e del povero: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16, 31). La caduta nella tentazione rende impossibile il rapporto di amore e di fiducia. Dio è Amore e, conseguentemente, Gesù manterrebbe gli uomini distanti dal Padre, da Dio.

Nella terza tentazione il diavolo “mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. Per quale ragione il diavolo osa proporre una cosa del genere? Perché si è appropriato, in modo indebito, di ciò che è dono. Farlo diventare possesso lo porta ad affermare: “Tutte queste cose io ti darò”; in tal modo non solo snatura il dono ma lo fa divenire un mezzo di potere, di dominio e prestigio sociopolitico.

Le tentazioni rivelano l’idolo presente in ogni persona: l’uomo vuole un Dio potente che risolva con un tocco magico le sue necessità; che legittimi il suo essere Dio con interventi sorprendenti e grandiosi lasciando le cose come stanno, senza dover assumere alcun impegno, salvo rapportarsi individualmente a Lui affinché risolva le insormontabili difficoltà della vita giornaliera.

È questo che la gente vuole e approva. È quello che desidera l’uomo fondamentalmente individualista, disimpegnato e lontano dall’assumere il progetto di Dio, la causa del Regno per la salvezza dell’umanità e propria. Non è il sogno di molti la ricchezza, il potere, l’elogio, la sicurezza finanziaria, la vita disimpegnata e priva di responsabilità, e altro ancora sullo stesso versante?

Cadere nella tentazione significa approvare un sistema di governo, di rapporti con sé stesso e con gli altri, che mantiene l’uomo lontano dalla pratica della solidarietà fraterna, dalla responsabilità sociale nella giustizia e nel diritto. Le tentazioni non pretendono di far desistere Gesù dalla missione (cosa impossibile) ma, con astuzia, di farlo deviare nel cammino, svuotando la sua missione e condannando Lui stesso al fallimento.

Con la vittoria sulle tentazioni, in opposizione alle attese e speranze della gente, Gesù entra nel conflitto che lo porterà alla croce. La tentazione lo accompagnerà ogni giorno – dovendo dare risposte e affrontare esigenze sconcertanti – fino a pochi momenti prima di morire, nello scontrarsi con l’ultima tentazione, presentata dai presenti all’esecuzione: “Se tu sei figlio di Dio scendi dalla croce”. 

La sconfiggerà con il proprio estremo sacrificio, fedele alla causa del Regno e sapendo che, pur così, il Padre compirà la Promessa. E lo farà con la risurrezione.

 

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