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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 12,1-4)

 

Dio prende l’iniziativa rivolgendosi ad Abramo e gli ordina di lasciare casa e parenti per andare verso una terra che indicherà durante tragitto: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Il motivo risiede nella promessa che farà di lui il capostipite di un nuovo popolo: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione”.

Tre sono le promesse che Dio fa ad Abramo: la numerosa discendenza; la benedizione, tramite lui, per tutti i popoli della Terra; la promessa di un territorio per la sua discendenza.

Abramo, a 75 anni, è senza figli a causa della sterilità della moglie Sara. La promessa, inaudita e sconcertante, per una coppia sterile e in età avanzata, riguarda non solo il nuovo popolo di cui sarà capostipite ma “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. La prospettiva è il coinvolgimento di tutta l’umanità e, con la promessa, Dio chiama Abramo a farsi carico della responsabilità del genere umano.

Abramo potrà contare sulla la fedeltà di Dio, non solo riguardo al compimento della promessa; infatti, nel percorso verso la nuova terra – “ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa esse tu una benedizione” -, ma anche riguardo al necessario sostegno nelle avversità: “Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”.

L’autorivelazione di Dio evidenzia il singolare rapporto della singola persona con l’umanità, fra l’uno e il tutto, che l’individualismo dominante non percepisce o non vuole percepire, ossia che ogni singola persona è parte dell’umanità, così come l’umanità intera è in ogni persona.

Occorre porre attenzione al fatto che il rapporto fra la parte e il tutto non è solo comunicazione ma osmosi, per la quale si stabilisce la circolarità permanente e l’avvento della crescita esponenziale, sul modello di una spirale in continua espansione, in virtù della dinamica interna auto-regolatrice e auto-rigeneratrice, per la quale il tutto è nella parte e, viceversa, la parte nel tutto.

È ciò che si riscontra nella persona, nell’insegnamento e nella pratica di Gesù, quale nuovo Adamo, per la risurrezione, in virtù della quale stabilisce il rapporto con il credente e con l’umanità nell’ambito della dinamica auto-regolatrice e auto-rigeneratrice della Trinità.

Di conseguenza il brano odierno rivela la struttura radicale di ogni essere umano. La vocazione non è un di più o qualcosa di speciale riservato ad alcuni eletti, ma l’essenza e l’esistenza di ogni persona in cammino verso la pienezza di vita.

In tale contesto e prospettiva, Dio chiama ogni persona, e l’umanità intera, al corretto rapporto con Lui, attivando la responsabilità verso sé stesso e l’umanità, nella libera e fiduciosa adesione alla promessa di poter mettersi in cammino con Lui senza desistere nelle avversità. La vocazione di Abramo è quella di ogni persona: “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,35).

Tra il timore e lo stupore, “Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore”, senza altra garanzia che la promessa e la fiducia che Dio non verrà meno. Successivamente Abramo sarà messo alla prova in diverse circostanze, e non c’è alcun racconto che parli di momenti di sfiducia nella promessa. Al riguardo è nota la risposta al figlio quando questi chiede dell’agnello per l’olocausto, ignaro che lui stesso è il destinato al sacrificio: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” (Gen 22,7-8).

C’è come una sorta di “gioco” di Dio con ogni persona cosciente della sua vocazione universale, tra promessa e compimento, tra il cammino e la meta: “Io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31). È il “gioco” della pura gratuità, dell’amore non utile, perché fine a sé stesso.

L’autenticità della vocazione è segnata dai tre aspetti evidenziati nel brano: la promessa, il cammino e le avversità.

Abramo li farà propri con determinazione e dedicazione, al punto che sarà ricordato dalle generazioni successive come padre nella fede e “come amico di Dio” (Gc 2,23).

Una volta interiorizzati questi aspetti, essi costituiscono il permanente riferimento del cammino tracciato nella coscienza per discernere come comportarsi nei rapporti interpersonali e nelle vicende sociali. In tal modo Abramo (ogni uomo) sperimenta la benedizione per sé e, di conseguenza, per tutta l’umanità.

È lo stesso processo ed evento di ogni discepolo determinato a seguire Gesù Cristo, come indicato dalla seconda lettura.

 

2a lettura (2Tm 1,8-10)

Paolo si rivolge all’amico Timoteo e lo esorta: “Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui (…)”. Annunciare l’evento Pasquale quale epilogo dell’insegnamento e della pratica di Gesù, e con esso testimoniare l’avvento del Regno di Dio nel presente, l’avvento della sua sovranità nel credente e nei rapporti interpersonale e sociali, trasforma e rigenera la vita dello stesso.

In altre parole, è trasmettere l’anticipo dell’avvento del regno futuro, la cui pienezza si rivelerà con il “ritorno” del Risorto. Ebbene, la missione incontra adesioni, ma anche incomprensioni e avversità, per il sovvertimento della vita personale e sociale che essa comporta. Usando una metafora è come voltare sotto sopra una frittata, operazione necessaria per ottenere un risultato lodevole e definitivo in merito all’entrata e accoglienza nel mistero dell’amore di Dio.

Paolo, in prigione (ai domiciliari a Roma), percepisce per gli eventi politici in atto che la sua fine è ormai prossima. La prospettiva incide negativamente nell’animo di Timoteo e suscita in lui uno stato di malessere, di scoraggiamento e di crisi – più che comprensibile dal punto di vista umano – che costituisce una sorta di freno e un pericolo per lo svolgimento della missione.

Paolo gli raccomanda di fare appello al suo mondo interiore, alla sua condizione di credente, per riscattare l’efficacia del dono del ministero ricevuto con l’imposizione delle sue mani. Lo esorta a ravvivare il dono per non soggiacere alla vergogna. Allo stesso tempo lo esorta ad accogliere, per la fede, “la forza di Dio” nel soffrire “con me per il vangelo”, in modo che la buona notizia del vangelo diventi la buona realtà dell’avvento del Regno in lui, presupposto per l’autentica testimonianza.

La forza di Dio proviene dal ravvivare il dono ricevuto, per mezzo del quale si percepirà coinvolto nel sentimento di gratitudine, di serenità e di pace. Tutto deriverà da quello che Dio opera in lui, per mezzo della fede in ciò che Gesù ha insegnato, e praticato, in situazioni e circostanze avverse e drammatiche.

Paolo trasmette la sua esperienza e la convinzione che la sofferenza per la causa del Regno di Dio costituisce il modo di partecipare alla stessa sofferenza di Gesù e, paradossalmente, alla sua stessa gioia. Di fatto, la tristezza (il contrario della gioia) è causata dall’infedeltà alla causa per la quale Gesù ha consegnato sé stesso, con l’inevitabile conseguenza della perdita della propria identità. La sofferenza e la gioia convivono nell’orizzonte della pace e che Cristo dona nel conflitto per la causa.

Paolo motiva il suo intervento ricordando a Timoteo la comune esperienza del Signore che “ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa”. Richiama l’attenzione sull’evento della salvezza, costantemente attualizzata per la fede negli effetti del mistero pasquale, per la quale sono giustificati davanti a Dio.

È la coscienza della salvezza che fa sgorgare costantemente, dal profondo, la chiamata ad annunciare e testimoniare la santità, e sostiene la convinzione e la determinazione di vivere per Gesù Cristo, con Cristo e in Cristo, per la causa del Regno.

Salvezza "non già in base alle nostre opere, ma secondo il progetto della sua grazia”. Pertanto, anche lo stato d’animo vacillante di Timoteo, a causa delle prove alle quali è sottoposto, rientra nell’orizzonte della “grazia” del dono, in modo che la lotta e la fedeltà lo rendano sempre più identificato e in comunione con Cristo.

L’apostolo argomenta sulla grazia che “ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità”. L’inciso riguardo all’eternità rimanda alla dinamica trinitaria dell’amore, per la quale ognuna delle tre persone, perdendosi nelle altre due – è il caso di Gesù che fa propria la volontà del Padre nell’accoglienza incondizionata dello Spirito -, diviene sempre più pienamente sé stessa. Tale dinamica è rivelata e donata nella pratica pastorale di Gesù, per l’avvento del Regno di Dio nella sua persona e nell’umanità.

In virtù dell’amore trinitario, “Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”. La risurrezione è la manifestazione del potere e della forza dell’amore trinitario nel cammino di Gesù durante la sua missione.

Lo stesso amore, e la sua dinamica, sono oggetto del suo insegnamento e luogo della manifestazione della sua pratica, dirompente e sconvolgente nell’ambito individuale e sociale, motivato unicamente ed esclusivamente dalla salvezza per tutti. È la buona notizia, che si fa buona realtà, nella vittoria sulla morte come vita indistruttibile.

Paolo, alla porta di Damasco, per l’azione dello Spirito, prende coscienza di tutto ciò in modo tale che sconvolto, trasformato e coinvolto nel discepolato, afferma: “io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro”. Questa condizione include la stessa esperienza e sofferenza di Gesù Cristo, come espressione e manifestazione dell’amore in cui è coinvolto, amato e redento.

Ecco, allora, l’affermazione di cui sopra riguardo alla salvezza e alla chiamata, “con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto di grazia”. La santità trasforma l’essere e la coscienza di sé stesso per l’amore con cui è amato. Accolta, e compresa correttamente, si esprime nel comportamento in sintonia con le beatitudini e, più in generale, nell’amarsi gli uni gli altri come Lui ha amato.

La legge dell’amore insegnata e praticata da Gesù stimola l’audacia, il coraggio e la creatività nell’elaborare atteggiamenti attenti alle circostanze e al vissuto degli altri, nel comprendere i reali bisogni e i punti nevralgici di questi per dialogare e individuare il modo di procedere nel cammino di redenzione. Il dialogo è ricerca ed elaborazione di contenuti e orizzonti, atti a determinare le condizioni per procedere all’accoglienza del dono nel cammino di salvezza.

Tutto ciò, pur rappresentando il compimento della Legge, contrasta con la pratica e la teologia consolidata dai maestri della Legge e, pertanto, l’opposizione cresce esponenzialmente. Gesù dovrà prendere un po’ di respiro, andare sul monte e disporsi al dialogo con il Padre per valutare la situazione. Il risultato lo riporta il vangelo di oggi.

 

Vangelo (Mt, 17,1-9) – commento di Alberto Maggi

“Sei giorni dopo”, la datazione è preziosa e importante: il sesto giorno, nella tradizione biblica, è il giorno della creazione dell'uomo, ed è anche il giorno in cui Dio, il Signore, sul Sinai manifestò la sua gloria. In Gesù si manifesta la gloria di Dio, nella pienezza della sua creazione.

“Gesù prese con sé” tre discepoli, i più difficili, quelli che poi avrà come compagni anche al momento della sua passione. Il primo viene presentato con il suo soprannome negativo di Pietro, che significa il testardo, invece di Simone. Gli altri due sono “Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte”.

L'espressione “in disparte” sta ad indicare incomprensione o ostilità, ottusità nei confronti di Gesù e del suo insegnamento. Gesù li condusse “In disparte su un alto monte”, come risposta al monte altissimo sul quale il diavolo portò Gesù offrendogli tutti i regni del mondo, a condizione di adorare il potere (la terza tentazione). Il diavolo pretende di affermare che la condizione divina si ottiene attraverso il potere.

Gesù non è d'accordo, Gesù mostra al suo tentatore – Pietro, in questo vangelo, riceve da Gesù l'epiteto di satana, il suo diavolo tentatore – che la condizione divina non si ottiene attraverso il potere ma attraverso il dono d'amore di sé.

“E fu trasfigurato davanti a loro”; l'evangelista mostra quale è la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte. Pietro, nel brano precedente, si era rivoltato contro Gesù perché non accettava l'idea di un messia che andasse a morire. Ebbene, Gesù mostra loro che la morte non è una fine, ma una pienezza di vita; la morte non distrugge la persona, ma la potenzia.

“il suo volto brillò come il sole”; il sole è immagine della pienezza della condizione divina, “e le sue vesti divennero candide come la luce”, l'immagine di essere nella condizione divina. Quindi Gesù mostra che, passando attraverso la morte, la sua figura non solo non è distrutta, ma addirittura potenziata.

“Ed ecco apparvero loro Mosè”; Mosè è il grande legislatore, “e Elia”, il grande profeta che, attraverso l'uso della violenza, impose l'osservanza della legge divina, “che conversavano con lui”, (ed è importante questa precisazione). Elia e Mosè, cioè quello che noi chiamiamo l'antico testamento, la legge ed i profeti, non hanno nulla da dire alla comunità di Gesù, conversano con Gesù; come sono i personaggi che hanno conversato con Dio, ora conversano con Gesù.

“Ed ecco”, e qui il colpo di scena, “Pietro” (presentato con il solo soprannome negativo), “disse a Gesù: ‘Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne’”; è importante quello che Pietro ha intenzione di fare: Pietro, ancora una volta in questo vangelo, continua nell'azione di satana, di diavolo tentatore di Gesù.

E quale è la tentazione? Il messia, secondo la tradizione, sarebbe apparso all'improvviso, durante la festa più importante d'Israele che ricordava la liberazione.

“farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Per Pietro, al centro non c'è Gesù. Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro. Per Pietro non è Gesù il personaggio più importante, ma è Mosè. Qual è la tentazione che fa Pietro a Gesù? Ecco il messia che io voglio: un messia che osservi la legge di Mosè, con lo zelo profetico e violento del profeta Elia.

“egli stava ancora parlando”, ma Dio non è d'accordo con quello che dice Pietro, “quando ecco una nube luminosa”, – immagine che indica la presenza liberatrice di Dio -, “li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva” (naturalmente è la voce di Dio): “questi è il Figlio mio – figlio non s'intende soltanto colui che è nato, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento – l’amato (cioè l'erede di tutto) in lui ho posto il mio compiacimento”: le stesse parole che Dio ha espresso su Gesù al momento del battesimo; e poi un verbo imperativo: “ascoltatelo”, esattamente “lui ascoltate”. Non dovete ascoltare né Mosè, né Elia, ma è in Gesù che c'è la pienezza della volontà divina, della rivelazione divina: Lui va ascoltato.

“All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra”; questo intervento divino provoca sconforto e desolazione. È un'immagine che indica il senso della sconfitta, della distruzione; “e furono presi da grande timore” perché il messia che stanno seguendo in Gesù, non è quello da loro sperato, il messia vittorioso, il messia che imporrà la legge, il messia violento, ma tutto un altro; e, quindi, è una sconfitta dei loro sogni di ambizione, dei desideri di supremazia.

“Ma Gesù si avvicinò, li toccò”; Gesù li tocca esattamente come tocca gli ammalati, come tocca i morti, “e disse: alzatevi e non temete”. Ma la reazione dei discepoli, ancora una volta, è negativa: “alzando gli occhi non videro nessuno”; cercano ancora, cercano ancora i punti di riferimento della tradizione del passato, cercano ancora Mosè, la legge che dà sicurezza, cercano ancora Elia il profeta, che, col suo zelo, fa osservare questa legge: non c'è più nessuno. Non c'è né Mosè né Elia, e, quasi a malincuore, l'evangelista scrive: “non videro nessuno, se non Gesù solo”. Gesù solo non gli basta, loro vogliono Gesù secondo la linea di Mosè e di Elia.

“Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro”; quindi Gesù si impone: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. Loro hanno sperimentato la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte (ma non si facciano illusione, devono ancora vedere quale tipo di morte Gesù affronterà), la morte che la Bibbia riservava ai maledetti da Dio, una morte infame, la morte della croce.

Quindi, per evitare sentimenti d'entusiasmo fuori posto, non dite niente a nessuno, fino a che non io sia risorto (cioè prima devo passare attraverso la morte. E che tipo di morte!).

 

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