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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Con il terzo dei quattro cantici del Servo inizia la Settimana Santa. Il brano presenta la figura di una persona (alcuni studiosi ritengono che possa trattarsi anche di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele al Signore) chiamata e unta dallo Spirito per dedicarsi alla causa del regno di Dio e per riscattare e salvare la singola persona, il popolo e l’umanità intera.

Il popolo, tornato dal lungo esilio in Babilonia, è abbattuto, sfiduciato e deluso riguardo all’avvento del regno di Dio. La responsabilità ricade sul popolo stesso, particolarmente sulle autorità e le guide spirituali che non praticano l’Alleanza, deviando dalle esigenze e dalle prescrizioni della stessa.

Del servo il profeta afferma: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”. Egli è inviato a rianimare la speranza, comunicando parole che riaprano il cuore e la mente del destinatario all'avvento del Regno, nel farsi della promessa e, con essa, recuperare la fiducia nella fedeltà del Signore.

Il servo si avvale della particolare attenzione del Signore nei suoi riguardi, per la quale “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”, in modo da sintonizzare la mente e il cuore con il progetto del Signore, la causa del Regno.

Il servo è cosciente e determinato nell’assumere la missione: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Tali parole fanno capire che incontrerà prove e difficoltà al punto che dovrà disporsi e prepararsi a non lasciarsi imbrigliare da esse, in modo che, con audacia e coraggio, non desista dall’obiettivo, dalla finalità della missione.

È il caso di Gesù, che trova nei quattro cantici del Servo il senso, la finalità della missione e quello che gli accadrà. Con le tentazioni del deserto, nella solitudine, nella preghiera e nello svolgimento della missione, comprenderà come le parole e l’insegnamento che trasmette, per coinvolgere positivamente nella speranza persone abbattute, sfiduciate ed escluse da ogni possibilità di riscatto, saranno la causa della reazione avversa da parte dei detentori della teologia e pratica religiosa del tempo, e ciò lo porterà alla consegna di sé stesso.

Come il Servo, anche Gesù percepisce la prospettiva del ripudio e della morte violenta, alla quale si appresta con audacia e singolare coraggio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Soffrirà il massimo disprezzo e affronterà la morte come maledetto da Dio.

Una persona può donare la vita ed essere ricordata con onore, come nel caso di chi, per salvare un bambino, sacrifica sé stesso e muore. Può suscitare ammirazione anche chi, con pazienza e serenità, affronta un lungo periodo di malattia. Ma per la persona disprezzata non c’è pietà né commiserazione, ma solo rifiuto e abbandono, essendo ritenuto il giusto ed esemplare castigo. È il caso della morte e crocifissione di Gesù.

Sorprendente è l’esperienza del servo: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia come pietra, sapendo di non restare confuso”. Il non sentirsi svergognato né confuso si deve all’assistenza del Signore.

Viene da chiedersi: che tipo di assistenza si tratta? Il testo non lo specifica, ma due aspetti, ricavati dal patrimonio esperienziale e spirituale di Dio, e attestati dalla vicenda dell’esilio e dal motivo della consegna, aiutano a comprendere.

In primo luogo, Dio stesso – il Padre e lo Spirito – soffrono nel-e-con il Servo, con Gesù. Il Servo, nel martirio, non è abbandonato o, meglio, isolato dai Due.

Essi soffrono in Lui e con Lui. Il secondo aspetto riguarda la forza, la potenza e l’efficacia dell’amore, motivo della consegna. L’amore fa sì che nella terribile sofferenza, umiliazione e solitudine il Servo, paradossalmente, percepisca “il potere di una vita indistruttibile” (Eb.7.16).

La percezione si deve all’amore trinitario, la linfa che sostiene e motiva la fedeltà del Servo fino alla consegna di sé stesso. Nella massima prova, l’amore genera gli stati d’animo richiamati dal brano. Si può pensare che il Servo, nell’oscurità totale, abbia accesso alla trascendenza, all’esperienza di Dio nell’intimo del suo essere, per la radicale fedeltà nell’amore alla causa del regno, avendo compiuto la volontà del Padre. È il culmine dell’esperienza di Dio, dove gli opposti diventano, paradossalmente, la porta d'ingresso nel mistero di Dio

Tutto ciò è in sintonia con l’esperienza di Gesù, che Paolo sintetizza magistralmente nell’inno della seconda lettura.

 

2a lettura (Fil 2,6-11)

Il brano è un inno che risale alle prime comunità cristiane e sintetizza la figura, il senso e la portata della missione di Gesù. Molto fu scritto – e si scriverà – per l’importanza del contenuto.

I primi tre versetti si riferiscono allo svuotamento e all’umiliazione di Gesù per aver fatto proprio, e caricato sulle sue spalle, il rifiuto, il disprezzo delle autorità e del popolo che lo ritenevano un falso profeta, un senza Dio meritevole della croce.

Graverà su di lui la conseguenza del peccato di tutti, ovvero della sfiducia quale pretendente Messia e, legato ad esso, il proposito di instaurare l’avvento del regno di Dio, ritenuto l’inganno estremo del suo insegnamento e comportamento.

Nell’organizzare la missione, Gesù mette come tra parentesi la sua condizione divina: non vuole avvalersi delle prerogative, attribuzioni e onori che essa comporta. Al riguardo Paolo afferma: “pur essendo nella condizione di Dio”.

Ebbene, Mario Antonelli, teologo della diocesi di Milano, fa notare che nel testo originale non c’è il termine “pur”, il che è di grande importanza perché mette in evidenza una caratteristica della condizione divina di Gesù, quale lo svuotare sé stesso” … assumendo la condizione di servo”. Non si tratta di concessione alcuna, ma l’esplicitazione della condizione divina. Proprio perché è Dio assume lo svuotamento con determinazione.

Fra l’altro, il popolo lo riconosce come persona comune – “Dall’aspetto riconosciuto come uomo" -; uno dei tanti comuni mortali della Galilea, luogo dal quale non si aspettava niente di buono. Per di più Gesù avanza pretese messianiche che contraddicono ogni attesa, e creano un subbuglio a livello personale e sociale, volendo insegnare e proclamare l’avvento del regno di Dio, del quale si dichiara Servo.

Ebbene, come Servo “umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Se l’obbedienza fino alla croce fosse dovuta a una sorta di riscatto da pagare per la redenzione, o il necessario tributo di sofferenza, di sangue e morte per l’offesa recata con il tradimento dell’alleanza, Dio si configurerebbe come “assetato” di sangue e vendicativo. Ciò è totalmente fuori luogo, non risponde alla realtà.

L’obbedienza per l’amore alla causa motiva la fedeltà e la consegna. Essa testimonia la verità del suo insegnamento, delle scelte e della pratica pastorale. Con essa sostiene la giustizia di Dio, redentrice della persona debole (e dell’umanità) fragile e peccatrice, della quale assume la rappresentanza davanti al Padre. E, per la forza dello Spirito, non aderisce alla tentazione, alla seduzione sostenuta dalla lusinga della gente e dal loro peccato.

L’adesione renderebbe impossibile la giustificazione davanti al Padre e il fallimento della missione. Gesù è la prima persona che vince radicalmente il peccato in virtù dello Spirito, compagno invisibile della sua azione. In Lui la lotta tra peccato e Spirito – come avvenne nel deserto prima di iniziare la sua missione – è vinta dal secondo, al prezzo dell’obbedienza per amore.

I tre versetti seguenti spiegano gli effetti della vittoria. “Per questo” stabilisce la relazione, l’anello di congiunzione fra il precedente e quel che segue.

Il Padre e lo Spirito hanno sofferto con lui tutti i patimenti, e ora Dio, includendo il Figlio come persona attiva, “lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. Il nome rivela l’essenza, la dimensione profonda e autentica del soggetto, la cui essenza ed esistenza conformano la carità, e motiva Gesù ad accogliere in sé stesso le condizioni infime della persona e dell’umanità per trasmettere loro, quale Rappresentante, il dono del riscatto e della rigenerazione a nuova vita.

Con la risurrezione si apre lo squarcio sul mistero di Dio, la dinamica trinitaria nel corpo crocefisso e risorto di Gesù Cristo. Quest’ultimo è quello dell’umanità assunta con l’incarnazione, e ora, in virtù della consegna per amore, introdotta con Lui e in Lui nella gloria eterna del mistero di Dio. È l’evento oggettivo della giustificazione della salvezza.

Ora tocca all’umanità intera, e a ogni singola persona, accettare, lasciarsi coinvolgere e vivere il dono con timore reverenziale e gratitudine. Costoro, con la loro testimonianza, fanno sì che “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: ’Gesù Cristo è Signore’, a gloria di Dio Padre”. In tal modo l’evento oggettivo realizzato da Gesù Cristo diventa soggettivo nella persona e nella comunità credente.

La gloria di Dio è che ogni uomo viva in pienezza la vita in abbondanza e renda visibile il regno di Dio, nella responsabilità e solidarietà sociale che abbraccia tutta l’umanità, nell’avvento di un nuovo mondo: il regno di pace e di giustizia.

Rispondendo all’amore nel quale si sente coinvolta e amata, la persona e l’umanità intera ritrasmettono il modello della redenzione operata da Gesù, il cui punto culminante è contenuto nel vangelo odierno.

 

Vangelo (Mt 26,14-27,66)

Il racconto della passione si presta a molte riflessioni. Prendo in considerazione solamente quella riguardante la tentazione.

Il racconto di Luca riguardo le tentazioni di Gesù nel deserto termina affermando: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). È quello che avviene poco prima della morte in croce: “Quelli che passavano di lì lo insultavano (…) salva te stesso, se tu sei il Figlio di Dio, e scendi dalla croce”. Non solo, ma anche sacerdoti, scribi e anziani si facevano beffe: “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui”.

Il demonio sperava di ottenere maggior successo per l’estrema fragilità fisica, psicologica e umana di Gesù associata, come era accaduto nel deserto, alla tentazione seducente di compiere un gesto ancora più spettacolare di quello di buttarsi dalla torre del tempio, nella certezza che gli angeli lo avrebbero soccorso. Quale segnale maggiore per convincere della sua condizione di Messia, di inviato da Dio! Per le autorità e il popolo sarebbe stata la prova certa della legittimità della sua pretesa messianica. Sarebbe potuta esistere una prova più credibile? Dal punto di vista umano no, tuttavia Gesù non cede, ed entra nella morte. Perché?

Un motivo è dettato dal voler rompere il legame peccato/morte. Paolo afferma: “Il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23). L’allontanamento da Dio è causa nella persona della morte umana, psicologica, morale, sociale e spirituale. Essa fa della persona un soggetto insensibile e indifferente al bisogno degli altri; suscita il vuoto e il non senso. Soggiace, così, all’egoismo, all’arroganza, alla prepotenza ed a varie altre forme di sopraffazione, incluso il disprezzo e la discriminazione di altre etnie e culture; soffoca la voce dello Spirito nel suo intimo. Espressione ultima e radicale della condizione di morte è quella fisica, la violenza omicida, come nel caso di Gesù.

L’uomo Gesù, per la fede, mantiene la comunione con Il Padre a prezzo della morte. È sorretto dalla certezza di quello che lui stesso disse a Marta davanti al sepolcro di Lazzaro: “anche se muore vivrà (…) non morirà in eterno” (Gv 11,25). Perché alla morte verrà a mancare quello che la sostiene: il peccato, la sfiducia nella promessa, nella causa del Regno. Da allora essa ha un altro significato e, soprattutto, un altro destino. Non sarà l’ultima parola di Dio sull’esistenza della persona.

Un altro aspetto è la certezza che se Gesù fosse disceso dalla croce non si sarebbe attivata la fede del popolo e delle autorità che, con l’esecuzione, pensavano di professare. Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe manifestato un potere grandioso e sorprendente, ma inutile alla conversione, perché il timore reverenziale che suscita chi possiede simili poteri rende impossibile la comunione con la persona comune che, necessariamente, sarebbe portata ad adeguarsi alla falsa comunione, tipica dell’inferiore nei riguardi del potente o, ancora, alla strategica e furbesca convenienza in funzione di vantaggi personali.

La morte di Gesù apre, nel credente, un nuovo orizzonte di comprensione e crea le condizioni per stabilire, in modo permanente, un singolare rapporto, quando comprende come Paolo “che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).

Coinvolto, stupito e trasformato per la giustificazione davanti al Padre, la risposta è la determinazione di far partecipi altri dello stesso amore e far sì che questi ultimi lo ritrasmettano a loro volta, e così via. Nella missione Paolo sperimenterà le stesse difficoltà e sofferenze di Gesù Cristo, sostenuto dalla convinzione che “Sono stato crocefisso con Cristo” (Gal 2,19). Si ripeterà in lui la stessa dinamica del maestro: “Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione” (Rm 6,5), manifestazione della salvezza e della glorificazione in Dio.

Ultima considerazione. Doveva avvenire proprio quel tipo di morte? Non era possibile subirne un'altra meno crudele? La morte in croce era la più disonorata e spregevole e ritenuta la manifestazione della maledizione di Dio sul condannato. Ancora Paolo ci fornisce la risposta: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno” (Gal 3,13).

Gesù è stato fatto peccato per noi, su di lui si è abbattuto il ripudio, il rigetto radicale di Dio al peccato che suscita la sua ira, la sua radicale non conformità e accettazione. Gesù non lasciandosi contaminare dal peccato, resistendo, fino alla morte, alla seduzione e a tutto quello che poteva piegarlo, vince il peccato anche in nome di tutti quelli che crederanno in Lui.

Chi accetta il dono gratuito degli effetti della sua morte è giustificato, e può presentarsi come giusto davanti al Padre, ossia come persona riscattata, rigenerata e rinnovata nella vita eterna. In altre parole, sperimenta l’entrata nel regno di Dio – la sovranità di Dio su lui stesso – e l’impulso vitale di trasmetterlo agli altri.

Il che avviene già in questa vita, quale fondamento della speranza dell’avvento del regno, nel quale Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Ma l’aspetto determinante è che, con Cristo nel cuore, si è “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

È il frutto della Pasqua.

 

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