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Questa intervista è stata inviata a Padre  Luigi Consoni dall'Arcivescovo di Lima, Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio. È molto interessante (anche se un po' ostica) e si presta benissimo a una lettura filosofica, sociologica e, perché no, anche teologica per chi è credente.

 

Edgar Morin*: «Questa crisi riconducibile alla pandemia Covid-19 ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere,

sui nostri veri bisogni mascherati nelle alienazioni del quotidiano»

 

Intervista a Edgar Morin a cura di Nicolas Truong

Fonte: “Le Monde” del 20 aprile 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

In un’intervista a Le Monde, il sociologo e filosofo dichiara di ritenere che la corsa alla redditività, come le carenze del nostro modo di pensare, sono responsabili di innumerevoli disastri umani causati dalla pandemia di Covid-19.

 

Nato nel 1921, ex partigiano, sociologo e filosofo, pensatore transdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di trentaquattro università in tutto il mondo, Edgar Morin è, dal 17 marzo, confinato nel suo appartamento a Montpellier in compagnia di sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam.

Dalla via Jean-Jacques Rousseau, dove risiede, l’autore di La Voie (2011) e di Terre-Patrie (1933), e che ha recentemente pubblicato Les souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), opera di più di 700 pagine nel quale l’intellettuale ricorda nella loro profondità le storie, gli incontri e i “magnetismi” più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si lascia andare a qualche confessione e analizza una crisi globale che lo “stimola enormemente”.

 

La pandemia dovuta a questa forma di coronavirus era prevedibile?

Tutte le futurologie del XX secolo, che predicevano l’avvenire trasportando nel futuro le correnti che attraversavano il presente, sono crollate. Eppure, si continua a predire il 2025 e il 2050 mentre si è incapaci di comprendere il 2020. L’esperienza delle irruzioni dell’imprevisto nella storia non è ancora penetrata nelle coscienze. L’arrivo di qualcosa di imprevedibile era prevedibile, ma non la sua natura. Da cui, la mia massima permanente: “Aspettati l’inatteso”.

Inoltre, io ero parte di quella minoranza che prevedeva catastrofi a catena provocate dallo sbrigliamento incontrollato della globalizzazione tecnico-economica, ad esempio quelle derivanti dalla degradazione della biosfera e della degradazione delle società. Ma non avevo assolutamente previsto la catastrofe virale.

Però ci fu un profeta di questa catastrofe: Bill Gates, in una conferenza dell’aprile 2012, aveva annunciato che il pericolo immediato per l’umanità non era nucleare, ma sanitario. Aveva visto nell’epidemia di Ebola, che aveva potuto essere dominata abbastanza rapidamente per fortuna, l’annuncio di un pericolo mondiale, di un possibile virus a forte potere di contaminazione, ed esponeva le misure di prevenzione necessarie, tra cui un’attrezzatura ospedaliera adeguata.

Ma, nonostante questo avvertimento pubblico, non è stato fatto nulla né negli Stati Uniti né altrove. Perché la pigrizia intellettuale e l’abitudine non sopportano i messaggi che le disturbano.

 

Come spiegare l’impreparazione francese?

In molti paesi, tra cui la Francia, la strategia economica del just-in-time, sostituendo quella dello stoccaggio, ha lasciato il nostro sistema sanitario sprovvisto di mascherine, di strumenti per i test, di apparecchiature respiratorie; questo, unito alla dottrina liberista, che sottomette l’ospedale alla logica aziendale e ne riduce quindi i mezzi, ha contribuito allo sviluppo catastrofico dell’epidemia.

 

Di fronte a quale tipo di imprevisto ci mette questa crisi?

Questa epidemia ci offre un festival di incertezze. Non siamo sicuri dell’origine del virus: mercato insalubre di Wuhan o laboratorio vicino, non conosciamo ancora le mutazioni che subisce o potrà subire il virus nel corso della sua propagazione. Non sappiamo quando l’epidemia regredirà, e se il virus resterà endemico. Non sappiamo fino a quando, e fino a che punto il confinamento ci imporrà restrizioni, impedimenti, razionamento. Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche, nazionali e planetarie delle restrizioni causate dai confinamenti. Non sappiamo se dobbiamo aspettaci di meglio, di peggio o entrambe le cose insieme: andiamo verso nuove incertezze.

 

Questa crisi planetaria è una crisi della complessità?

Le conseguenze si moltiplicano in maniera esponenziale e, pertanto, superano la nostra capacità di appropriarcene, e soprattutto lanciano la sfida della complessità: come paragonare, selezionare, organizzare queste conoscenze in maniera adeguata, collegandole. e per di più aggiungendovi l’incertezza.

Per me questo rivela, una volta di più, la carenza del tipo di conoscenza che ci è stato inculcato, che ci fa disgiungere ciò che è inseparabile e ridurre ad un solo elemento ciò che forma un tutto, che è insieme uno e diverso.

In effetti, la rivelazione folgorante degli sconvolgimenti che subiamo è che tutto ciò che sembrava separato è collegato, poiché una catastrofe sanitaria catastrofizza a catena la totalità di tutto ciò che è umano.

È tragico che il pensiero disgiutivo e riduttivo regni da padrone nella nostra civiltà e abbia la massima influenza sulla politica e l'economia.

Questa formidabile carenza ha portato a errori di diagnosi, di prevenzione e a decisioni aberranti. Aggiungo che l’ossessione della redditività nei nostri governanti e dirigenti ha portato a economie colpevoli, come per gli ospedali, e all’abbandono della produzione di mascherine in Francia. A mio avviso, le carenze nel modo di pensare, unite al dominio incontestabile di una sete sfrenata di profitto, sono responsabili di innumerevoli disastri umani, tra cui quelli avvenuti dal  febbraio 2020.


Avevamo una visione unitaria della scienza. Ora, i dibattiti epidemiologici e le controversie terapeutiche si moltiplicano al suo interno. La scienza biomedica è diventata un nuovo campo di battaglia?

È più che legittimo che la scienza sia consultata dal potere per lottare contro l’epidemia. I cittadini, all’inizio rassicurati, soprattutto in occasione del rimedio proposto dal dottor Raoult, scoprono poi opinioni diverse e perfino opposte. Cittadini meglio informati scoprono che certi grandi scienziati hanno dei conflitti di interesse con l’industria farmaceutica, le cui lobby sono potenti nei ministeri e nei media, capaci di ispirare delle campagne per ridicolizzare le idee non conformi.

Ricordiamoci del professor Montagnier che, contro pontefici e mandarini della scienza fu, insieme ad alcuni altri, lo scopritore dell’HIV. il virus dell’Aids.

È l’occasione di comprendere che la scienza non è un repertorio di verità assolute (a differenza della religione), ma che le sue teorie sono biodegradabili sotto l’effetto di scoperte nuove. Le teorie ammesse tendono a diventare dogmatiche nei vertici accademici, e sono i devianti, da Pasteur ad Einstein, passando per Darwin, Crick e Watson, gli scopritori della doppia elica del DNA, che fanno progredire le scienze.

Le controversie, lungi dall’essere delle anomalie, sono necessarie al progresso. Una volta ancora, in un ambito sconosciuto, tutto procede per tentativi ed errori nonché per innovazioni devianti, inizialmente non comprese e rifiutate.

 

Questa è l’avventura terapeutica contro i virus. Possono apparire dei rimedi là dove non ce li si aspettava.
La scienza è rovinata dalla iper-specializzazione, che è la chiusura e la compartimentazione dei saperi specializzati invece di essere in comunicazione fra loro. Sono soprattutto dei ricercatori indipendenti che hanno avviato, fin dall’inizio dell’epidemia, una cooperazione che adesso si allarga tra infettivologi e medici in tutto il pianeta. La scienza vive di comunicazioni, ogni censura la blocca. Dobbiamo quindi vedere le grandezze della scienza contemporanea insieme alle sue debolezze.


In quale misura possiamo trarre vantaggio dalla crisi?

Nel mio saggio Sur la crise (Flammarion), ho tentato di mostrare che una crisi, al di là della destabilizzazione e dell’incertezza che porta, si manifesta con il collasso delle regolazioni di un sistema che, per mantenere la sua stabilità, inibisce o rigetta le devianze (feed-back negativo). Non essendo più rigettate, queste devianze (feed-back positivo) diventano tendenze attive che, se si sviluppano, minacciano sempre più di danneggiare e bloccare il sistema in crisi. Nei sistemi viventi, e soprattutto sociali, lo sviluppo vincente delle devianze diventate tendenze porta a trasformazioni, regressive o progressive, o anche ad una rivoluzione.

La crisi in una società suscita due processi contraddittori. Il primo stimola l’immaginazione e la creatività nella ricerca di soluzioni nuove. Il secondo è o la ricerca del ritorno ad una stabilità passata o l’adesione ad una salvezza provvidenziale, nonché la denuncia o l’immolazione di un colpevole. Questo colpevole può aver fatto gli errori che hanno provocato la crisi, o può essere un colpevole immaginario, un capro espiatorio da eliminare.
Effettivamente idee devianti e emarginate si diffondono, confondendosi: ritorno alla sovranità, stato-provvidenza, difesa dei servizi pubblici contro privatizzazioni, ri-localizzazioni, de-globalizzazione, anti-neoliberismo, necessità di una nuova politica: personalità e ideologie vengono designate come colpevoli.

E vediamo anche, a fronte della carenza dei poteri pubblici, una profusione di creatività solidali: produzione alternativa di mascherine da parte di imprese riconvertite o loro confezione artigianale, raggruppamento di produttori locali, consegne gratuite a domicilio, aiuto reciproco tra vicini, pasti gratuiti ai senzatetto, custodia dei bambini. E ancora: il confinamento stimola le capacità auto-organizzatrici per rimediare con lettura, musica, visione di film alla perdita della libertà di spostamento. Così autonomia e inventività sono stimolate dalla crisi.

 

Si assiste ad una vera presa di coscienza dell’era planetaria?

Spero che l’epidemia eccezionale e mortifera che viviamo ci dia la coscienza non solo che siamo dentro l’incredibile avventura dell’Umanità, ma anche che viviamo in un mondo insieme incerto e tragico. La convinzione che la libera concorrenza e la crescita economica sono delle panacee sociali universali elude la tragedia della storia umana,  aggravata da quella convinzione.

La follia euforica del transumanesimo porta al parossismo il mito della necessità storica del progresso e quello della padronanza da parte dell’uomo non solo della natura, ma anche del suo destino, predicendo che l’uomo accederà all’immortalità e controllerà tutto con l’intelligenza artificiale.

Ma noi siamo dei giocatori/giocati, dei possidenti/posseduti, dei potenti/idioti. Potremo magari ritardare la morte per invecchiamento ma non potremo mai eliminare gli incidenti mortali in cui i nostri corpi saranno spappolati, non potremo mai liberarci dai batteri e dai virus che incessantemente si automodificano per resistere alle medicine, antibiotici, antivirali, vaccini.

 

La pandemia non ha accentuato il ripiegamento domestico e la chiusura geopolitica?

L’epidemia mondiale del virus ha scatenato e, da noi, aggravato terribilmente una crisi sanitaria che ha provocato dei confinamenti che hanno strangolato l’economia, trasformando un modo di vita estroverso, rivolto all’esterno, ad una introversione nella casa, e mettendo in crisi violenta la globalizzazione.

Quest’ultima aveva creato una interdipendenza ma senza che questa interdipendenza fosse accompagnata dalla solidarietà. Peggio, aveva suscitato, come reazione, dei confinamenti etnici, nazionali e religiosi che si sono aggravati nei primi decenni di questo secolo.

Di conseguenza, in mancanza d'istituzioni internazionali, e perfino europee, capaci di reagire con una solidarietà d’azione, gli Stati nazionali si sono ripiegati su se stessi. La Repubblica ceca si è perfino appropriata di mascherine destinate all’Italia, e gli Stati Uniti hanno potuto dirottare per sé uno stock di mascherine cinesi inizialmente destinate alla Francia. La crisi sanitaria ha quindi scatenato un ingranaggio di crisi che si sono concatenate.

Questa poli-crisi, o megacrisi, si estende dall’esistenziale al politico passando per l’economia, dall’individuale al planetario passando per le famiglie, le regioni, gli Stati. Insomma, un minuscolo virus in una città sperduta della Cina ha scatenato lo sconvolgimento di un mondo.

 

Quali sono i contorni di questa deflagrazione mondiale?

  • Essendo una crisi planetaria, essa mette in rilievo la comunità di destino di tutti gli umani in rapporto inseparabile con il destino bio-ecologico del pianeta Terra; simultaneamente rende più intensa la crisi dell’umanità che non arriva a costituirsi in umanità.
  • In quanto crisi economica scuote tutti i dogmi che governano l’economia e minaccia di aggravarsi in caos e penurie nel nostro futuro.
  • In quanto crisi nazionale, rivela le carenze di una politica che ha favorito il capitale a scapito del lavoro, e sacrificato prevenzione e precauzione per accrescere la redditività e la competitività.
  • In quanto crisi sociale, illumina di una luce cruda le disuguaglianze tra coloro che vivono in piccoli alloggi abitati da bambini e genitori e coloro che hanno potuto fuggire nella loro seconda casa in campagna.
  • In quanto crisi di civiltà, essa ci spinge a percepire le carenze di solidarietà e l’intossicazione consumista che la nostra civiltà ha sviluppato, e ci chiede di riflettere per costruire una politica di civiltà (Une politique de civilisation, con Sami Naïr, Arléa 1997).
  • In quanto crisi intellettuale, dovrebbe rivelarci l’enorme buco nero nella nostra intelligenza, che ci rende invisibili le evidenti complessità del reale.
  • In quanto crisi esistenziale, ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere, sui nostri veri bisogni, le nostre vere aspirazioni mascherate nelle alienazioni della vita quotidiana; a distinguere tra il divertimento pascaliano che ci allontana dalle nostre verità e la felicità che troviamo nella lettura, nell’ascolto o nella visione dei capolavori che ci fanno guardare in faccia il nostro destino umano.

E soprattutto, essa dovrebbe aprirci lo spirito, da tempo confinato sull’immediato, sul secondario e sul frivolo, all’essenziale: all’amore e all’amicizia per la nostra realizzazione individuale, alla comunità e alla solidarietà dei nostri “io”, da tramutarsi in “noi”, al destino dell’Umanità, di cui ciascuno di noi è una piccola parte. Insomma, il confinamento fisico dovrebbe favorire lo sconfinamento degli spiriti.

 

Che cos’è il confinamento? E come lo vive lei?

L’esperienza del confinamento domiciliare di lunga durata imposto a una nazione è un’esperienza mai udita. Il confinamento del ghetto di Varsavia permetteva ai suoi abitanti di circolarvi all’interno. Ma il confinamento del ghetto preparava la morte mentre il nostro confinamento è una difesa della vita.

Io l’ho sopportato in condizioni privilegiate, in un appartamento a piano terra con giardino, dove ho potuto godere al sole dell’arrivo della primavera, molto protetto da Sabah, mia moglie, aiutato da gentili vicini che ci facevano la spesa, comunicando con i miei cari, i miei amici, sollecitato da stampa, radio o televisione a esprimere la mia diagnosi, cosa che ho potuto fare con Skype. Ma so che, fin dall’inizio, le famiglie troppo numerose rispetto agli appartamenti esigui, fanno molta fatica a sopportare il sovraffollamento, che chi è solo e chi è senzatetto è vittima del confinamento.

 

Quali possono essere gli effetti di un confinamento prolungato?

So che un confinamento lungo sarà sempre più vissuto come un impedimento. I video non possono alla lunga sostituire l’andare al cinema. I tablet non possono sostituire per sempre le visite in libreria. Gli Skype e Zoom non danno il contatto fisico, il tintinnìo del bicchiere che si beve, il cibo casalingo, anche ottimo, non toglie la voglia del ristorante. I documentari video non toglieranno la voglia di andare sul posto a vedere paesaggi, città e musei, non mi toglieranno il desiderio di ritrovare l’Italia o la Spagna. La riduzione all’indispensabile dà la sete del superfluo.

Spero che l’esperienza del confinamento modererà la mania degli spostamenti convulsivi, l’evasione a Bangkok per avere dei ricordi da raccontare agli amici; spero che contribuirà a diminuire il consumismo, cioè l’intossicazione del consumo e l’obbedienza agli stimoli pubblicitari, a favore di alimenti sani e gustosi, di prodotti durevoli e non usa-e-getta. Ma ci vorranno altri incitamenti e nuove prese di coscienza perché avvenga una rivoluzione in questo ambito. Tuttavia, c’è la speranza che la lenta evoluzione iniziata proceda più celermente.
 

Come sarà, secondo lei, “il mondo del dopo-coronavirus”?

Innanzitutto, che cosa ricorderemo noi, noi cittadini, e i poteri pubblici, dell’esperienza del confinamento? Solo una parte? Tutto sarà dimenticato, cloroformizzato o folclorizzato? Quello che sembra molto probabile è che la diffusione del digitale, amplificata dal confinamento (telelavoro, teleconferenze, Skype, uso intensivo di internet), continuerà con i suoi aspetti sia negativi che positivi, su cui non è il caso di soffermarsi in questa intervista.
 

Veniamo all’essenziale. L’uscita dal confinamento sarà l’inizio dell’uscita dalla megacrisi o il suo aggravarsi? Boom o depressione? Enorme crisi economica? Crisi alimentare mondiale? Proseguimento della globalizzazione o ripiegamento autarchico?

Quale sarà il futuro della globalizzazione? Il neoliberismo scosso riprenderà il comando? Le grandi nazioni si scontreranno più che nel passato? I conflitti armati, più o meno attenuati dalla crisi, saranno portati all’esasperazione? Ci sarà uno slancio internazionale di cooperazione per la salvezza? Ci sarà qualche progresso politico, economico, sociale, come ce ne sono stati dopo la seconda guerra mondiale? Continuerà e si intensificherà il risveglio di solidarietà provocato durante il confinamento, non solo per i medici e le infermiere, ma anche per gli ultimi della cordata, i netturbini, i magazzinieri, i corrieri, le cassiere, senza i quali non avremmo potuto sopravvivere, mentre abbiamo potuto fare a meno di industriali e finanzieri? Le innumerevoli pratiche solidali sparse sul territorio,  esistenti già prima dell’epidemia saranno amplificate? Le persone uscite dal confinamento riprenderanno il ciclo cronometrato, accelerato, egoista, consumistico? Oppure ci sarà un nuovo sviluppo di vita conviviale e amante verso una civiltà in cui si manifesterà la poesia della vita, dove l’ “io” si realizza in un “noi”?

Non si può sapere se, dopo il confinamento, i comportamenti e le idee innovatrici troveranno attuazione, rivoluzioneranno politica ed economia, oppure se l’ordine che è stato scosso si riprenderà.

Possiamo temere fortemente la regressione generalizzata che avveniva già nel corso dei primi vent’anni di questo secolo (crisi della democrazia, corruzione e demagogia trionfanti, regimi neo-autoritari, spinte nazionalistiche, xenofobe, razziste).

Tutte queste regressioni (e nel migliore dei casi stagnazioni) sono probabili finché non apparirà la nuova via politico-ecologico-economico-sociale guidata da un umanesimo rigenerato. Quest’ultima moltiplicherebbe le vere riforme, che non sono riduzioni di bilancio  riforme di civiltà, di società, legate a riforme di vita.

Tale politica unirebbe (come ho indicato in La Voie) i termini contraddittori: “globalizzazione” (per tutto ciò che è cooperazione) e “de-globalizzazione” (per attuare una autonomia alimentare e sanitaria e salvare i territori dalla desertificazione); “crescita” (dell’economia dei bisogni essenziali, del sostenibile e durevole, dell’agricoltura di fattoria o bio) e “decrescita” (dell’economia del frivolo, dell’illusorio, dell’usa-e-getta); “sviluppo” (di tutto ciò che produce benessere, salute, libertà) e “inserimento” (nelle solidarietà comunitarie).
 

Le conosce le domande kantiane – Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è permesso sperare? Che cos’è l’uomo? – che sono state e continuano ad essere le domande della sua vita. Quale atteggiamento etico si deve adottare davanti all’imprevisto?

Il dopo-epidemia sarà un’avventura incerta in cui si svilupperanno le forze del peggio e di quelle del meglio, queste ultime ancora deboli e disperse. Teniamo presente infine che il peggio non è sicuro, che l’improbabile può avvenire, e che, nella lotta titanica e inestinguibile tra i nemici inseparabili che sono Eros e Thanatos, è sano e opportuno stare dalla parte di Eros.


Anche sua madre, Luna, è stata infettata dall’influenza spagnola. E il trauma prenatale che apre il suo ultimo libro tende a mostrare che le ha dato una forza di vita, una straordinaria capacità di resistere alla morte. Lei continua a sentire questo slancio vitale nel cuore di questa crisi mondiale?

L’influenza spagnola ha dato a mia madre una lesione al cuore e l’indicazione medica di non avere figli. Lei ha tentato due aborti, il secondo è fallito, ma il bambino è nato quasi morto asfissiato, strangolato dal cordone ombelicale. Forse ho acquisito in utero delle forze di resistenza che mi sono rimaste per tutta la vita, ma ho potuto sopravvivere solo grazie all’aiuto di altri: il ginecologo che mi ha schiaffeggiato per mezz’ora prima che io lanciassi il mio primo grido, poi la fortuna durante la resistenza, l’ospedale (epatite, tubercolosi), Sabah, la mia compagna e moglie. Ogni crisi mi stimola, e questa mi stimola enormemente.

NOTA:

 

* Edgar Morin: pseudonimo di Edgar Nahoum (Parigi, 8 luglio 1921), è un filosofo e sociologo francese il cui interesse maggiore è rivolto allo studio della complessità. È noto per l'approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un'ampia gamma di argomenti, fra cui l'epistemologia.

 

«La planetizzazione significa ormai comunità di destino per tutta l'umanità. Le nazioni consolidavano la coscienza delle loro comunità di destino con la minaccia incessante del nemico esterno. Ora, il nemico dell'umanità non è esterno. È nascosto in essa. La coscienza della comunità di destino ha bisogno non solo di pericoli comuni, ma anche di un'identità comune che non può essere la sola identità umana astratta, già riconosciuta da tutti, poco efficace a unirci; è l'identità che viene da un'entità paterna e materna, concretizzata dal termine patria, e che porta alla fraternità milioni di cittadini che non sono affatto consanguinei. Ecco che cosa manca, in qualche modo, perché si compia una comunità umana: la coscienza che siamo figli e cittadini della Terra-Patria. Non riusciamo ancora a riconoscerla come casa comune dell'umanità»

da: La Nature de la nature (1977, 1981); trad. Il metodo: ordine disordine organizzazione, Feltrinelli, Milano 1983; La natura della natura, Raffaello Cortina, Milano 2001 (su fisica e chimica)

 

 

 

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