Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Giugno: 2020
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2, 14a.36-41)

Nel giorno di Pentecoste le provocatorie parole di Pietro agli abitanti di Gerusalemme e della Giudea cadono come un fulmine a ciel sereno: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Alle orecchie della gente cosa giustifica il passaggio di Gesù, da bestemmiatore e maledetto da Dio, a Cristo Signore e Salvatore? Il fatto che gli apostoli testimoniano di averlo visto vivo, risorto dai morti.

Per la forza dello Spirito Santo il corpo di Gesù crocefisso come bestemmiatore è costituito e rivelato da Dio Padre come Unto, come Cristo, come il Messia atteso e Signore. È l’approvazione del Padre per l’opera del Figlio, contrariamente al ripudio violento messo in atto delle autorità e dal popolo che lo ritenevano, in base all’interpretazione della Legge, meritevole di condanna perché ateo e blasfemo.

Sorprende la fermezza, la determinazione e il coraggio di Pietro: “Si alzò in piedi e a voce alta parlò. Sappia con certezza…”. Lui, come gli altri apostoli, durante la passione di Gesù, era pieno di angoscia e paura che anche a loro accadesse quanto successo al Maestro.

Ma l’esperienza del Risorto fu di tale impatto che non solo rovesciò i criteri di comprensione dell’accaduto, ma per Pietro in particolare, in considerazione della sua triplice negazione avvenuta il giovedì della passione, è l’opportunità per rifarsi davanti al popolo e alle autorità, manifestando il suo ravvedimento con forza e coraggio.

Pietro parlò con tale convinzione che “all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore” per l’errore commesso nei riguardi di Gesù. Si sentirono come persi e sconcertati per aver condannato chi ora è giustificato da Dio.

Il loro grande sconcerto suscita la domanda che rivolgono a Pietro: “che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. È significativo che si rivolgano agli apostoli chiamandoli “fratelli”, segno dell’efficacia della predicazione.

La prima parola di Pietro è: “Convertitevi”, per dare seguito e consistenza al processo di conversione teologica, cominciando dalla comprensione di quanto sia stata ingannevole la loro valutazione dell’agire di Dio nella persona, nelle parole e nei gesti di Gesù.

La conversione richiede lo stravolgimento delle proprie convinzioni nei riguardi di Dio, dell’avvento del Regno, l’attesa speranza d’Israele. È, metaforicamente, simile all'inversione di marcia sull’autostrada, ovvero uscire dalla prima direzione per entrare nella seconda in senso opposto. Di conseguenza la conversione etica sarà in sintonia con la filosofia, l’insegnamento e la pratica di Gesù, nell’orizzonte di fedeltà alla causa del Regno di Dio.

La conversione non riguarda solo il momento iniziale, ma tutta la vita e l’attività pastorale del discepolo. Lo testimonia la stessa vita di Pietro e di altri. Essi dovettero ripetutamente ripensare e ridisegnare le proprie convinzioni per individuare cammini opportuni e fedeli alla missione – alla causa del regno di Dio – che il Signore aveva loro affidato.

Le nuove circostanze, e i fatti inediti non rapportabili al passato, li obbliga a formulare nuove risposte, con riferimento alla portata e al significato dell’evento pasquale, affinché procedano correttamente nel compiersi nel promessa tanto attesa, nel ridisegnare i loro rapporti interpersonali e sociali quale manifestazione della gloria di Dio.

Il processo di conversione porta all’adesione per la quale "ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati (…)”. Il battesimo sigilla l’autenticità del processo di conversione in atto, nell'accogliere e lasciarsi immergere negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Allo stesso tempo trasmette la certezza di appartenere a Cristo una volta e per sempre, accogliendo la nuova ed eterna Alleanza in sostituzione dell’antica, sigillata dalla circoncisione.

Di fatto il battesimo è la circoncisione del cuore – del progetto di vita – finalizzato all’avvento del Regno di Dio nel credente e nei rapporti interpersonali e sociali.

"(… ) e riceverete il dono dello Spirito Santo”. Lo Spirito è spazio, l’ambito che motiva e sostiene il processo di conversione teologica ed etica in virtù dell’amore trinitario. Lo spazio è l’Amore, l’inesauribile circolarità del rapporto fra le tre persone divine.

Lo Spirito sostiene la certezza riguardo alla “promessa per voi, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani”, in modo che la salvezza li coinvolga nel partecipare del mistero di Dio. Si comprende, quindi, il senso accorato dell’esortazione di Pietro: “Salvatevi da questa generazione perversa!”, appello di chi conosce bene le due facce della realtà umana: la perdizione e la salvezza.

La predicazione ebbe un grande successo “e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”. Tuttavia tensioni fra i due mondi contrapposti e lotta per mantenersi nella salvezza saranno il pane di ogni giorno, come fa comprendere la seconda lettura.

 

2a lettura (1Pt 2,20b-25)

L’evangelizzazione non sempre incontra comprensione, adesione e appoggio; anzi, molte volte avviene il contrario. A ciò si riferiscono le parole dell’apostolo rivolte ai credenti: “Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò è gradito davanti a Dio”. La pazienza è la capacità di soffrire con dignità e amore per la causa del Regno.

A questo siete stati chiamati”. L’inciso è particolarmente inquietante perché nessuno vuole la sofferenza, meno ancora la ritiene imprescindibile. Tuttavia, per certi aspetti e circostanze, è inevitabile. D’altro lato Gesù ha promesso la gioia piena, la realizzazione di sé, la vita in abbondanza: “Io sono venuto perché abbiate vita, e vita in abbondanza” (Gv 10,10).

Non si tratta della sofferenza fine a sé stessa, quale punizione per gli errori commessi, ma per il fatto che "Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”, unicamente per instaurare nella persona e nella società un nuovo stile di vita, una nuova società, un nuovo mondo in contrapposizione all’attuale, motivato esclusivamente dall’amore trinitario.

La sofferenza è causata dal peccato, inteso come sfiducia, opposizione e rigetto delle autorità, del popolo, dell’incomprensione dei discepoli. Il culmine del processo è il “legno della croce”. Di conseguenza, Gesù “portò i nostri peccati nel suo corpo” come se lui stesso fosse il peccatore, e carica su di sé gli effetti del loro peccato.

In tal modo Gesù rappresenta, davanti al Padre, ogni persona e l’umanità intera e di tutti i tempi. Nel portare a termine la missione resiste all’incomprensione e alla violenza estrema dell’autorità religiosa, che pretende di piegarlo all’immagine di Dio e all’avvento del Regno elaborata dalla tradizione. Tale immagine è in netta contraddizione l’avvento del Regno.

La vittoria del Rappresentante è trasmessa come dono, in modo gratuito, a coloro che sintonizzano col Lui e lo seguono. A costoro spetta accoglierlo con fiducia “perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia".

Questo perché, e qui sta la grande sorpresa, “Dalle sue piaghe siete stati guariti”. Gesù non permette che il peccato abbia il sopravvento su di Lui e il massacro fisico, l’isolamento, l’incomprensione di tutti e, addirittura, l’abbandono (non la separazione) del Padre, segno della forza e del potere del peccato, non riescono a piegarlo al suo volere e alle sue esigenze.

La purezza della gratuità dell’amore, la coscienza che, come rappresentante, trasmetterà ai rappresentati che credono in Lui e negli effetti della sua consegna, genera nel suo mondo interiore la percezione della “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), che sostiene il coraggio e la forza di patire la morte.

Di conseguenza la vittoria sul peccato è, allo stesso tempo, quella di chiunque crede negli effetti del suo rappresentante presso il Padre, e costituisce il dono gratuito a tutta l’umanità.

La guarigione per quelle piaghe, espressione della forza dell’amore, si declina nel fatto che “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime". Con Gesù Cristo, pastore e custode, siamo nel cammino del permanente avvento del Regno, verso la meta finale.

Il tema del pastore e la sua missione è l’argomento del vangelo.

 

Vangelo (Gv 10,1-10)

Le ultime parole del vangelo odierno indicano l’aspetto qualificante della missione di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”. La vita in abbondanza non si riferisce solo alla vita dopo la morte ma a questa vita terrena, anticipo della pienezza che si svelerà dopo la morte e con il “ritorno” del Risorto.

Due affermazioni riguardo alla persona di Gesù sono particolarmente importanti: quella di “porta” e di “pastore”.

In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore (…) Se uno entra attraverso me, sarà salvato”. La porta è un passaggio obbligato, il punto di unione e di comunicazione tra due ambienti. Designandosi come porta, Gesù indica sé stesso come passaggio e punto obbligato per entrare nel cammino dell’avvento del Regno, dell’esperienza della sovranità di Dio a livello individuale e collettivo, fonte di vita in abbondanza.

entrerà e uscirà e troverà pascolo”. L’affermazione indica l’attività evangelizzatrice, lo svolgimento della missione diretta a tutti, dentro e fuori della comunità, in virtù dell’amore che abbraccia tutti indistintamente. Di conseguenza, la missione è condizione necessaria per la crescita umana e spirituale: è il mezzo necessario per partecipare dell’inesauribile dinamica della vita trinitaria.

Di fatto il dono ricevuto si rigenera e cresce nel donatore nel coinvolgere il destinatario nella stessa dinamica, rispettando la libera e cosciente scelta riguardo all’accettazione di esso, o meno. Se non trasmesso, il dono svanisce lasciando il vuoto e il non senso di vita nello stesso discepolo.

In un altro testo Gesù indica la necessità di entrare nella “porta stretta” che conduce alla salvezza, e di fare violenza su sé stessi per entrarvi. Gesù conosce bene gli ostacoli che si presentano alla persona per averli lui stesso affrontati. Per superarli occorrono determinazione e lotta violenta con sé stessi, per non rimanere intrappolati e non ritrasmettere il dono.

L’altra affermazione importante del testo è quella del "pastore". Porta e pastore sono due realtà intimamente connesse: “chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta (…) è un ladro e un brigante”. Esse suppongono e rafforzano l’affinità profonda fra Gesù e il discepolo, in modo tale che quest'ultimo sia come un altro Gesù, un pastore.

La sintonia fra pastore e pecore è imprescindibile: “le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”. Se la trasmissione del dono è necessaria per raggiungere la vita in abbondanza, e il pastore desidera che ciò avvenga, emerge la sintonia fra pastore e pecore, in modo che il pastore “chiama le pecore, ciascuna per suo nome”, e queste accolgono la presenza e il coinvolgimento nel medesimo cammino e finalità.

La missione è il necessario esercizio della sintonia: “E quando ha spinto fuori tutte le pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. Lo “spingere fuori” fa capire che non tutte le pecore accettano di buon grado di uscire e di assumere la missione. Ci sono resistenze, anche per rimanere nel recinto. Per vincerle il pastore le rassicura e “cammina davanti a esse”, cosciente dell’importanza dell’"uscita" e del danno che comporterebbe il rimanere nel recinto.

La sintonia fa sì che la voce familiare del pastore trasmetta sicurezza, in virtù della sincera fiducia in lui e del suo vero amore. Tuttavia esse possono essere ingannate o sedotte da altre proposte per l’azione di falsi pastori, e Gesù indica i criteri per distinguere il vero dal falso.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento