Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Giugno: 2020
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 6,1-7)

Nessun gruppo sociale, compresa la comunità dei credenti – la Chiesa -, è scevro da lacune o difetti che generano malessere, scontento e critiche da parte dei componenti e, di conseguenza, formulano richieste ai responsabili affinché provvedano a risolverle in modo adeguato. È quello che evidenzia il brano: i convertiti “di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”.

Il brano non riferisce la causa o il motivo della trascuratezza, ma registra solo il malcontento. Le autorità – i Dodici – quali responsabili della comunità si fanno carico del disagio e convocano il gruppo dei discepoli per risolvere il problema. Punto di partenza è che “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”. Con buon senso gli apostoli, quali testimoni dell’evento Gesù Cristo, provvedono a distribuire i compiti, riservandosi l’aspetto specifico del loro servizio.

Lo svolgersi della salvezza lungo la storia "comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia, finalizzate al riscatto, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità (…) risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta l’intera Rivelazione” (Conc. Vat.II, Costituzione sulla divina Rivelazione n.2). La citazione è centrata su Gesù che disse: "chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12), coinvolgendo i discepoli nelle opere.

Non si tratta di divisione di compiti quanto del buon senso di complementarietà, perché il servizio alla mensa, con giustizia e carità fraterna, non è meno importante di quello della parola comunemente intesa. Tuttavia, è necessario dedicarsi al servizio della parola per la specifica competenza al riguardo al corretto orientamento della comunità, in sintonia con l'organizzazione delle attività dell’avvento del regno di Dio, nella pratica del diritto, delle pari opportunità, della giustizia e della fraternità.

Gli effetti dell’evento Gesù Cristo sono individuali e sociali. Essi generano la rigenerazione individuale, associata allo stile di vita fraterno e corresponsabile, nell’affermare e consolidare i valori etici e spirituali del regno di Dio, avvicinandosi sempre più al sogno di Dio, coincidente con la finalità della missione di Gesù.

La risposta al disagio, dunque, è: “cercate fra di voi sette uomini di buona reputazione pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico”. Gli apostoli danno incarico alla comunità di scegliere e presentare le persone adeguate. Essi, semplicemente, confermano la scelta e conferiscono il mandato in nome del Signore: “Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.

Gli apostoli si riservano lo svolgimento di aspetti di propria competenza per la vita e il mantenimento della comunità e affermano: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. Dalla qualità del servizio della Parola – da intendere non solo come istruzione, insegnamento, ma anche stile di vita, discernimento e pratica corrispondente nello stabilire il corretto rapporto interpersonale e sociale.

La formazione intellettuale, la pratica della carità, la qualità dell’organizzazione comunitaria e sociale, il processo di evangelizzazione organicamente strutturato nell’insieme delle esigenze formano la qualità, o meno, della testimonianza.

L’annuncio e la testimonianza delle persone e della comunità sono sconvolgenti per la novità e la qualità della proposta, mediata dal discepolo attento al discernimento. A tale riguardo per quest’ultimo è imprescindibile la formazione di base e il costante approfondimento per elaborare la necessaria, creativa e coraggiosa sintesi, in attenzione alla singolarità del contesto e alla specificità della circostanza.

Il successo si rileva nel fatto che “La parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede”.

È di grande importanza la scelta di persone adeguate che abbiano rispetto delle diversità e agiscano con rettitudine, affinché la testimonianza motivi e sostenga la trasformazione personale e sociale che sigilla l'insegnamento e viceversa.

Ciò qualifica la coscienza di accogliere, di appartenere positivamente all’avvento del regno di Dio e al suo manifestarsi concretamente nel vissuto giornaliero, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (1Pt 2,4-9)

L’apostolo Pietro indica Gesù Cristo, il Signore, come “pietra viva rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio”; evidenzia il radicale contrasto tra l’attesa degli uomini e delle autorità di allora riguardo al Messia, l’avvento del Regno e la persona di Gesù e la missione da lui portata a termine. Con l’evento pasquale Gesù Risorto è percepito come realtà solida e viva, garantita da Dio stesso, e nella quale confidare.

Rivolgendosi alla comunità testimonia che la fede nel Signore e nella causa del Regno fa di loro “pietre vive”, un insieme compatto e solido per continuare la missione di Gesù testimoniando, trasmettendo e coinvolgendo nuovi aderenti. In tal modo la dedicazione alla causa esprime l’azione dello Spirito, che permea il loro vivere personale e comunitario, quest’ultimo comparato a un “edificio spirituale”.

In tale condizione ogni credente esercita “un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”. Il termine "sacerdozio" non si riferisce ad una mera azione cultuale e rituale (quello che si attribuisce ai sacerdoti odierni), ma al fare della propria persona l’offerta di tutta sé stessa, quale dono gratuito e sacrificale per la causa della giustizia, che ridisegna nuovi rapporti interpersonali e sociali, imitando l’amore del Padre manifestato in Gesù.

Il processo è sostenuto dalla mediazione di Gesù Cristo affinché il discepolo agisca e ami allo stesso modo di come è amato da Lui. La “pietra viva” è Cristo, che nel discepolo continua la sua azione per l’edificazione della comunità credente. Ciò è gradito a Dio per il compiersi della sua volontà.

Di conseguenza la comunità si configura come “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato”, ovvero come spazio dell’avvento del Regno, luogo della sovranità di Dio nella dinamica della fraternità, della giustizia e del diritto. La comunità e Dio si appartengono vicendevolmente ed il punto alto di tale manifestazione è la lode e il ringraziamento, cultuale e operante nella carità.

L’esperienza non è finalizzata alle singole persone ma all’umanità intera. La vita e la missione della comunità autentica e vera è tale “perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Di conseguenza la caratteristica del nuovo popolo di Dio è legata alla testimonianza del contrasto fra le tenebre e la luce meravigliosa, metafora quest'ultima che indica la qualità della nuova vita individuale e sociale.

In questo consistono l’onore e la gioia di appartenere a Cristo, come persona e come popolo di Dio: “Onore, dunque a voi che credete”. La missione non è un obbligo né un dovere, ma la soddisfazione e la gioia di partecipare attivamente alla trasformazione della società, con particolare attenzione ai più bisognosi, alla dignità di ognuno e della comunità intera.

L’adesione a Gesù Cristo, “pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non sarà deluso”, è imprescindibile per la vita personale e comunitaria. Il contrario costituisce “un sasso d’inciampo, pietra di scandalo (…) perché non obbediscono alla Parola”, ovvero subiscono la perdita di un’opportunità irripetibile.

La sfida principale di ognuno è accogliere la Parola e coinvolgersi in essa con tutto sé stesso, in modo da illuminare la propria intelligenza, modellare il pensiero e l’azione nei termini della nuova alleanza, nell’amore con cui è amato da Dio nella persona di Gesù.

La sfida è costituita dall'assumere e credere in presupposti che sfuggono al criterio e al dominio della logica umana, causa di resistenze e difficoltà di ogni tipo. Per quest’ultime il Signore ha risposte basate nella fiducia in Lui e nella causa, come indica il Vangelo odierno.

 

Vangelo (Gv 14,1-12)

Il brano odierno è preceduto dall’annuncio del tradimento di Giuda, dalla morte di Gesù e dalla negazione di Pietro. Il turbamento degli apostoli è percepito da Gesù che si rivolge loro per rinfrancarli: “Non sia turbato il vostro cuore”; ed esorta: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.

Egli assicura loro che “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”, riferendosi al Regno di Dio. Riguardo al Regno occorre precisare che non si tratta di un’altra terra – un nuovo luogo geografico dell’altro mondo – ma della stessa terra, rinnovata e trasformata dalla nuova coscienza individuale, dai nuovi rapporti interpersonali e sociali, dal pieno rispetto della natura e del creato.

Si tratta della nuova creazione segnalata dall’Apocalisse – “un nuovo cielo e una nuova terra” (21,1-2) – non un altro cielo né un’altra terra ma questa terra che, purificata, trasformata e rigenerata, si percepisce come nuovo spazio della presenza dell’amore di Dio, il nuovo cielo.

Questa trasformazione singolare è donata dall’evento Pasquale a chi accoglie, per la fede, nel proprio intimo gli effetti della morte e risurrezione di Gesù, e in virtù di esso lo imita e assume la stessa causa del Regno di Dio, la cui pienezza si manifesterà con il suo “ritorno” (tra virgolette perché, in effetti, è già presente).

Gesù assicura loro che “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. La comunità vive in attesa dello svelamento della promessa, che in Lui si è già compiuta per la fedeltà alla causa, motivata dall’amore che ha sorretto la sua consegna.

Ebbene, Gesù come rappresentante di tutta l’umanità, ha trasmesso per la fede in Lui dei rappresentati la pienezza del suo dono. Tocca ad essi accogliere e coinvolgersi negli effetti del dono, in modo da integrarsi e partecipare dell’avvento del Regno, che rimane occulto a coloro che non praticano l’amore con cui sono amati.

Fra parentesi, per la Pentecoste tale possibilità è alla portata di ogni uomo, indipendentemente dalla cultura e dalla religione, teista o laica che sia. Lo svelamento ultimo avverrà “quando tutto gli sarà sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). Il nuovo inizio senza fine.

Con la risurrezione i discepoli si avvalgono della presenza invisibile del Risorto, come da lui promesso prima dell’Ascensione. Nella circostanza afferma: “E del luogo dove io vado, conoscete la via”, suscitando lo stupore e la logica domanda di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”.

La risposta è: “Io sono la via, la verità e la vita”, fondamento per comprendere la pastorale di Gesù. Egli è la via, perché verità e vita in ordine all’avvento del Regno di Dio nel presente, e garanzia del compimento della promessa alla fine dei tempi. Inoltre specifica: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e, provocatoriamente, continua: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Immediatamente Filippo reagisce: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Immagino lo stupore e lo sconcerto, perché secondo la teologia del tempo nessuno può vedere Dio e rimanere vivo. Sentirsi dire che essi già lo conoscono e lo hanno veduto ha qualcosa d’incredibile e fuori da ogni attesa.

Gesù risponde con la sorpresa e delusione di chi si aspetta ben altro atteggiamento e incalza: “Come puoi dire: Mostraci il Padre?”; e puntualizza un aspetto che riteneva acquisito dal discepolo riguardo all’intima unione con il Padre: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre in me?”.

Quindi fa dei collegamenti tra quello che loro vedono con le sue opere e nella sua persona, assolutamente inediti e soprattutto sconcertanti; per di più aggiunge che “Le parole che io dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Le parole e le opere sono un tutt’uno dal quale emerge la comunione con il Padre, che chiama a nuova vita nel sintonizzare con esso.

Ancora, esorta: "Credete in me: io sono nel Padre e il Padre è in me”. Per l’enorme portata dell’affermazione e la difficoltà dei discepoli nel comprenderla aggiunge, per appianare il cammino: “Se non altro, credetelo per le opere stesse", ossia per la realtà inoppugnabile dei fatti. È noto il detto: contro i fatti, gli argomenti non hanno valore.

La sorpresa non finisce lì. Gesù impegna tutto sé stesso: “In verità, in verità vi dico” – è una formula di giuramento su quello che segue – “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste”.

A quali opere si riferisce? Non è specificato, ma una risposta potrebbe esser suggerita dal seguente motivo: “perché io vado al Padre”. Le opere dei discepoli, in sintonia con la finalità della missione attinente all’avvento e alla consolidazione del Regno di Dio universale, fanno sì che “il ridere – la gioia – dell’universo manifesti la gloria di Dio”, secondo una felice espressione del teologo J. Moltmann.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento