Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2020
L M M G V S D
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

L’impegno e il buon risultato permettono di riconoscere il Dio della vita nella pratica dell’amore vicendevole, espressione della sovranità dell’avvento del Regno di Dio.

A tale riguardo, il profeta Michea sintetizzerà, con molta efficacia, le caratteristiche del processo: “O uomo ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da te: praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8).

Mosè invoca il perdono, sperando di infrangere, con esso, la “dura cervice” che impedisce al popolo di mantenere la fiducia nella presenza e nell’azione di Dio, anche nei momenti in cui sembra che stia lontano da loro.

La manifestazione della misericordia e dell’amore di Dio Padre, e la perseveranza del popolo sulla via indicata dal profeta, consolidano la fede e la coscienza di appartenere a Dio come suo popolo eletto, e la certezza della mutua appartenenza.

 

2a lettura (2 Cor 13,11-13)

Paolo termina la lettera esortando i membri della comunità con una splendida formula trinitaria di carattere liturgico. Il risalto è ancora maggiore perché segue le affermazioni molto dure verso gli avversari, definiti falsi apostoli, in cui Paolo difende la sua qualità di apostolo e del suo lavoro.

Si rivolge a loro come se niente fosse successo – come se nei capitoli dal 10 al 12 gli oppositori stessero parlando di un’altra persona – e consiglia i membri della comunità di fare propri alcuni atteggiamenti di fondo quali: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace”.

Nel constatare in loro il contrario di quello consigliato – coinvolgendo anche la sua persona – Paolo non si allontana da loro né manifesta risentimento o altro atteggiamento che costituisca il sorgere di una barriera, di un ostacolo, o la diminuzione del rapporto fraterno. Al contrario, esprime il desiderio che la comunità e le persone crescano nella testimonianza del vangelo come buona realtà, viva e operante in loro.

Non solo, ma li esorta a coltivare fra loro rapporti di sincera comunione e fraternità: “Salutatevi a vicenda con il bacio santo”. E aggiunge: “Tutti i santi vi salutano”. Fra parentesi, il termine “santo” indica i cristiani in generale, non quelli che comunemente sono ritenuti tali dall’attuale senso comune, ovvero persone segnalate come modello ed esempio di vita per l’eccellenza della loro testimonianza evangelica.

Paolo, da un lato sorregge lo scontro con gli avversari e dall’altro lato è coinvolto nel conflitto con un distacco da  sé stesso, al punto da desiderare e augurare il bene di tutti – avversari e sostenitori – per il sostegno e la forza trasmessa dalla comunione con il Risorto.

È per mezzo di essa che Paolo è introdotto nell’ambito della vita trinitaria e comprende la caratteristica del legame fra le tre persone, che esprime con la formula assunta dalla liturgia: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Tutto ciò fa pensare che, con la risurrezione, l’umanità di Gesù si rivela come parte integrante della vita trinitaria. Nella sua esperienza conflittuale per la causa del Regno, il Gesù umano e la sua vicenda storica esprimono la vita trinitaria: vita che ha motivato l’incarnazione del Verbo nella persona di Gesù.

Il rapporto delle tre persone divine all’interno della loro vita è tale che una, perdendosi totalmente nelle altre due (nel senso di svuotarsi per dare spazio alla volontà del Padre e all’azione dello Spirito, nel caso della seconda persona), ritrova consolidata e approfondita la propria identità: il Padre come Padre, il Figlio come Figlio e lo Spirito come Spirito.

Ciò permette di intravedere come una specie di “conflitto” – contrasto, scontro – fra loro. Di fatto, perdere (nel senso di svuotarsi) non è mai un processo pacifico e senza sofferenza. Nel caso della Trinità, la differenza con la nostra esperienza e concezione umana, è che il “conflitto” non è motivato dalla volontà di potere o di dominio, né riveste il carattere di esclusione, sopraffazione, imposizione o, addirittura, di morte per chi si oppone ma, paradossalmente, rivela la vera consistenza e dinamica dell’amore. È la forza dell’amore, il dono di  sé stesso per la causa, che sorregge e motiva il vissuto interno ed esterno della Trinità.

Lo stesso Paolo deve aver capito qualcosa del genere quando afferma che Gesù “non ritenne privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo (…) fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-8) e, “da ricco che era, si è fatto povero per voi”, in quanto la finalità è “perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

Questo segnala la manifestazione del vincolo molto stretto fra la vita interna della Trinità e il modo specifico della missione di Gesù, nella quale coinvolgere oggettivamente ogni persona e l’umanità intera, affinché scoprano e trovino in esse la realtà del regno di Dio.

Fra l’altro lo stesso vincolo trinitario si può percepire anche dalle parole del vangelo odierno.

 

Vangelo (Gv 3,16-18)

Nella conversazione con Nicodemo, Gesù afferma: “Dio ha tanto amato il mondo”, nel senso che lo ha amato fino all’estremo, perché tale è la realtà che conforma la sua essenza e declina il senso del suo esistere. La finalità è offrire il cammino di salvezza alle persone e all’umanità intera, instaurando in tal modo l’avvento del suo regno.

Al riguardo, il procedere di Dio è “dare il Figlio unigenito”, ovvero consegnarlo in modo che, per lo sviluppo della missione e per la fedeltà alla causa e, infine, con la sua morte e risurrezione, le persone e la comunità credente percepiscano l’azione congiunta con il Padre e lo Spirito Santo in tutta l’opera da lui svolta.

“(…) perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Credere in Lui significa riporre la fiducia nella sua persona e nella sua attività evangelizzatrice, in ordine alla causa e, di conseguenza, imitarlo e assumere l’evangelizzazione a favore della stessa causa.

Il cammino, e il processo corrispondente, introducono nella vita eterna, come Lui l’ha vissuta nella sua condizione umana, avendo messo, come tra parentesi, quella divina, sorretto dalla volontà del Padre e dalla dinamica dello Spirito.

In caso contrario non c’è via d’uscita. È come camminare in un vicolo cieco al termine del quale c’è delusione, solitudine e impossibilità di vivere, individualmente e socialmente, la vita in abbondanza promessa da Gesù nella sua predicazione (Gv 10,10).

È in questa prospettiva che Dio offre il cammino di salvezza per mezzo del Figlio. Come Gesù stesso afferma, non si tratta di condannare ma di redimere e salvare l’umanità e ogni singola persona: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Per “mondo” l’evangelista non intende tanto il creato – il luogo e l’ambiente dove vivono le persone – ma un modo di pensare e di agire che allontana da Dio, dall’amicizia e dalla comunione con lui. Senza la responsabile collaborazione degli uomini, e dell’organizzazione dei rapporti sociali, non è possibile instaurare il sogno di Dio riguardo all’avvento della sua sovranità, del regno di pace, di fraternità e di giustizia per tutti. Dio è fermamente determinato in virtù del suo incommensurabile amore: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8).

“Chi crede in lui non è condannato”, in virtù dell’immenso amore che motiva e sorregge la vita, la missione e la consegna, in nome della verità, della giustizia e della pienezza di vita che trasmette, con il perdono del peccato – in altre parole la sfiducia, l’indifferenza, la superficialità o il disinteresse in lui -, i cui effetti di morte carica su di sé per la reazione estrema e violenta degli oppositori. Tuttavia, in tal modo attraverso l’amore attiva la nuova ed eterna alleanza e immerge nella pienezza di vita coloro che lo imitano, anticipo della risurrezione.

La fiducia crede nella vittoria di Dio, per mezzo del Figlio e dello Spirito Santo, sul peccato e la potenza del male, nel senso che, pur soffrendo e pagando con la propria vita la fedeltà e la permanenza nel cammino di Gesù, la vita non è tolta ma raggiunge la pienezza di senso e di gioia, partecipando della risurrezione di Gesù e della gloria definitiva del regno già oggi, nella circostanza specifica, quale anticipo e speranza di quella alla fine dei tempi.

La fermezza d’animo e la determinazione non sono semplicemente frutto della volontà e dell’intelligenza umana, ma sono sostenuti, e portati alla massima espressione davanti al pericolo e alla morte, dalla fede negli effetti della morte e risurrezione di Cristo.

Conseguentemente, il credente diviene una sola realtà con Gesù Cristo perché Egli, morto per lui e a suo favore, gli trasmette la nuova realtà proveniente dalla giustificazione, dal riscatto e dal rinnovamento che Lui ha guadagnato, non solo per  sé stesso ma per tutti coloro che crederanno in Lui.

È noto il detto fondamentale che la grazia, il dono di Dio, non sostituisce la natura ma la integra e la porta a pieno compimento. Pertanto, chi non crede non è condannato o castigato da Dio ma si auto-condanna perché non partecipa del dono offertogli. Da qui la triste conseguenza: “chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

Il senso e la certezza di appartenere a Dio, per mezzo del dono di Gesù Cristo e la dinamica dello Spirito Santo è trasmesso dal coinvolgimento nello stupore e nella meraviglia dell’amore, che diventa forza, determinazione e pratica di vita nei confronti di sé stesso, degli altri, dell’umanità e della creato.

Tutto ciò testimonia l’attività della Trinità non solo al suo interno – pur inesauribile e misteriosa alla comprensione umana – ma come forza vitale in ogni persona, nell’umanità e nel creato.

Ecco allora che la persona, la comunità e l’umanità rispondono con la lode: “Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo, com’era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen”.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento