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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 8,2-3.14b-16a)

Il testo sprona vigorosamente il popolo a non dimenticare l’opera del Signore e il cammino che l’ha condotto alla terra promessa, di cui ora prenderà possesso: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”.

“Ricordare” (o fare “memoria”) nella mentalità di allora ha una valenza specifica. Non si tratta solo di ricordare un evento del passato che rimane là, confinato nel passato, ma è un imparare a memoria quale patrimonio interiore in modo che, nella circostanza e nel contesto specifico, la persona e la comunità vivano e attualizzino gli effetti di quell’evento.

Pertanto la memoria (“fate questo in memoria di me”, dirà Gesù riguardo all’Eucaristia) è imprescindibile e fondamentale per mantenere e sviluppare l’identità individuale di persona redenta e l’identità sociale, con l’avvento oggi, nella circostanza specifica, del Regno. Il che dà senso alla vita e la rende già oggi partecipe del destino finale.

Mosè ricorda loro di “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”, l’evento fondante e centrale di tutto l’Antico Testamento. Per il popolo l’Egitto è sinonimo di schiavitù; in altre parole, del peccato e causa del male e di ogni tipo di sofferenza.

Quel vissuto, quell’esperienza, è passata; ora il popolo è libero ed è costituito da persone libere e riscattate nella loro dignità. Il popolo è il “popolo che appartiene a Dio” per l’Alleanza, in cammino verso la nuova realtà, terra promessa, per organizzarsi secondo l’insegnamento del Signore.

La promessa è la terra dove scorre “latte e miele”, metafora della pienezza di vita e della gioia, non solo per il popolo d’Israele ma per tutte le nazioni che stabiliranno, nella giustizia e nel diritto, la convivenza fraterna, solidale e responsabile. In tal modo, accogliendo la Sua sovranità, si compie la promessa di Dio ai padri e la manifestazione dell’appartenenza al regno di Dio.

Ebbene, il cammino nel deserto “grande e spaventoso” è caratterizzato da tanti pericoli, quali “serpenti velenosi e scorpioni”, mancanza di acqua e di alimento ai quali Dio provvederà in modo sorprendente. La finalità è fare in modo che il popolo non dimentichi la Sua presenza ed il Suo intervento nelle future prove e difficoltà, accogliendo fiducioso la sua presenza e assumendo scelte e comportamenti fedeli all’Alleanza. Perciò Mosè esorta: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”.

Fare memoria, per non dimenticare – cosa molto facile una volta raggiunto il benessere nella terra promessa – è sostenere la fiducia e la determinazione nell’elaborare il farsi della giustizia e del diritto nelle nuove circostanze della vita del popolo e riguardo all’apertura alle nazioni, con audacia, coraggio e creatività. Atteggiamento caratterizzato dalla libertà per amare. percependo, in essa, il dono dell’avvento del Regno di Dio.

Si tratta di fare, dell’esperienza del deserto, scuola di sapienza e di saggezza, in considerazione del fatto che nella terra promessa non mancheranno pericoli, prove e tentazioni riguardo alla fedeltà all’alleanza, e la sconfitta sarebbe come ritornare alle condizioni vissute in Egitto.

Mosè mette in risalto il senso e il perché del lungo cammino – quaranta è un numero simbolico che fa riferimento a un periodo lungo – “per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”. È nella prova e nella difficoltà che si valuta, e si prende coscienza, del grado e della qualità del rapporto interpersonale, della consistenza e della fermezza di ciò in cui si dice di credere e di amare.

L’umiliazione ferisce l’intimo della persona per la coscienza della distanza del cuore da Dio. Il cuore – sede del pensiero, della riflessione, del progetto di vita e delle scelte conseguenti -, allontanato dalla volontà di Dio, prende strade diverse da quella dell’Alleanza. Cosicché il cuore deviato dalla seduzione di altri cammini, manifesta la debolezza, la fragilità e l’inconsistenza nel rispondere, adeguatamente, all’immenso e gratuito dono della liberazione dal peccato, come la schiavitù, e dal male corrispondente.

“i suoi comandi” sono le indicazioni per rispondere, in modo appropriato, alla nuova condizione di libertà e garanzia, in modo che il popolo perpetui e consolidi il dono del Regno.

 

Ma i “comandi” non elaborati e assunti adeguatamente nel progetto di vita, personale e sociale, inevitabilmente portano nella deviazione.

L’umiliato si sente piccolo, poca cosa, e incapace di raggiungere traguardi che riteneva alla sua portata per realizzare i sogni che sostengono e motivano l’essere e l’agire. Sente di non aver intrapreso la via giusta, le corrette mediazioni nel cammino, per orgoglio o presunzione. Di conseguenza lo sconcerto e l’abbattimento sconvolgono il suo mondo interiore e la totalità della persona.

Per passare dall’umiliazione all’umiltà il passo necessario è la sincerità con sé stessi, l’ammissione del proprio errore e il prendere i provvedimenti necessari: “Egli ti ha umiliato (…) per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”. Sono le parole che Gesù citerà nel deserto, come risposta alla prima tentazione, quando il demonio gli chiederà di trasformare le pietre in pane.

Quello che il popolo non deve dimenticare è il rapportarsi, in modo gratuito e disinteressato – senza seconde intenzioni con sé stesso, nei rapporti interpersonali e sociali – con sincerità e trasparenza riguardo alla causa del regno di Dio, in modo che la terra promessa, in cui è stato introdotto, non divenga, per lui e altri con lui, un nuovo Egitto.

Ciò che esce dalla bocca del Signore è vita. L’insegnamento, la pratica di Gesù e l’evento finale della Pasqua costituiscono il quadro completo di riferimento della fede, il modo di procedere nella volontà del Padre e nello Spirito Santo.

La celebrazione dell’Eucaristia, cui fa rifermento la seconda lettura, contiene gli elementi necessari per un corretto cammino.

 

2a lettura (1Cor 10, 16-17)

Il brano è tratto da un’ampia argomentazione di Paolo per ammonire i membri della comunità a non cadere nell’idolatria. Fa riferimento agli avvenimenti della storia del popolo d’Israele, e tratta delle conseguenze deleterie dell’idolatria.

La partecipazione di membri della comunità a banchetti con carni sacrificate agli idoli suscita disorientamento e discussioni fra loro, e l’apostolo si prefigge di dirimerle.

I cristiani hanno l’Eucaristia – il sacro banchetto – che li unisce a Cristo, formando un unico corpo. Partecipare ad altri banchetti sacri è ritenuto un sacrilegio, perché comunione con altre divinità. Paolo richiama alla loro considerazione l’evento dell’ultima cena, ossia l’istituzione dell’Eucaristia, “Il calice della benedizione” su cui Gesù ha pronunciato la benedizione durante la cena con i dodici.

Richiama l’attenzione sul significato del sangue e del corpo di Cristo, come elementi che realizzano la comunione con Lui; “Il calice (…) non è forse comunione con il sangue di Cristo (…) e il pane (…) non è comunione con il corpo di Cristo?”. Il sangue è la vita stessa di Gesù Cristo, e il pane spezzato è il suo corpo consegnato, spezzato. La sua persona, corpo e sangue, testimonia l’amore che motiva il dono di sé per la causa del Regno. Corpo e sangue costituiscono la totalità della persona, non solo quella storica di Gesù di Nazareth, ma quella escatologica del Risorto per la quale, con la risurrezione, è segnalato come Gesù Cristo.

L’argomentazione consistente e solida fa sì che i credenti si convincano dell’inutilità e dell’inconsistenza nel credere che le carni immolate agli idoli siano mezzo di comunione con la divinità alla quale si offre il sacrificio, o realizzi altra forma adeguata di comunione fra di loro.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”. Così Paolo evidenzia il significato di unità e di comunione, che sostiene e rafforza il rapporto fra i membri della comunità in virtù del dono di Gesù con la sua consegna, finalizzata all’avvento del Regno di Dio. Tale coinvolgimento è un’importante aspetto di ogni celebrazione eucaristica.

Tuttavia tale finalità non è recepita dal popolo nelle celebrazioni attuali. Nella pratica pastorale, il senso di comunità non va oltre a quella rituale, al dovere da compiere la domenica. La celebrazione, carica dell’evento salvifico per eccellenza, non coinvolge la comunità e i singoli credenti nella causa per la quale Gesù ha spezzato il suo corpo e versato il suo sangue.

Nel migliore dei casi, salvo eccezioni, costituisce l’opportunità per realizzare la comunione individuale con il Signore, per migliorare la propria condotta, in sintonia con l’etica dei dieci comandamenti e alcune opere caritative.

Ciò si deve anche al fatto che la formazione generale del cristiano riguardo alla salvezza è trasmessa come un evento individuale. Essa fa risaltare la preoccupazione di salvare sé stessi, la propria anima, dall’inferno e guadagnare il paradiso con la pratica sacramentale, la devozione e l'osservanza dei dieci comandamenti.

La valenza comunitaria della salvezza, nella quale s’inserisce quella individuale alla sequela di Cristo, è opaca, debole e inconsistente. La prospettiva e finalità della salvezza nell’edificazione della comunità – la chiesa – come sale, fermento e luce nell’accoglienza dell’avvento del Regno, in sé stessi e nei rapporti interpersonali – non sono percepite in modo adeguato e non incidono nel vissuto individuale e sociale.

La comunità cristiana è riferimento per entrare in essa mediante il battesimo e la partecipazione ai sacramenti. Ancora oggi è diffuso il senso che l’importante è partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia, in qualsiasi luogo avvenga, pur di assolvere l’obbligo domenicale, quale espressione, nel migliore dei casi, di devozione individuale.

La realtà del corpo e sangue di Cristo, nella sua sconcertante verità e percepita nella sua intenzionalità, è finalizzata a fare della comunità che celebra l’Eucaristia l’evento propulsore di fede, speranza e carità, declinato nell’impegno pastorale per la causa del Regno, perché mangiando il Corpo e bevendo il Sangue di Cristo si stabilisce la mutua appartenenza in ordine a tale fine: la salvezza di tutti e di tutto.

È quello di cui tratta il vangelo odierno.

 

Vangelo (Gv 6,51-58)

Il brano è il punto centrale del capitolo nel quale l'evangelista Giovanni elabora il tema del Corpo e Sangue di Cristo. Per le affermazioni di Gesù il brano è un crescendo di sorpresa e sconcerto da parte degli uditori, che rimangono sempre più confusi e frastornati al punto che molti lo abbandonano e Gesù, che percepisce lo stato d’animo degli apostoli, domanda loro: “Volete andarvene anche voi?”.

Lo sbandamento inizia quando Gesù, dopo aver affermato “Io sono il pane disceso dal cielo”, espressione in sé enigmatica, aggiunge "e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Egli, in modo assolutamente incomprensibile per i presenti, si riferisce alla sua “carne”, ovvero alla condizione di uomo che assume su di sé l’umanità di ogni persona, o meglio, la condizione infima a causa del peccato, quale sfiducia che allontana da quello che sta insegnando e attuando per l’avvento del Regno.

L’affermazione appunta al processo di resistenza al peccato, al non piegarsi alle sue seduzioni, fino alla consegna di sé stesso. Così sconfigge il peccato, non permettendogli di dominare su di lui. In tal modo, il suo corpo spezzato diventa pane spezzato per la vita del mondo e fa sì che il credente, mangiando il pane spezzato nella celebrazione eucaristica, sappia spezzare, come Lui, la propria vita per la causa del Regno.

La reazione dei giudei, che sino a quel momento consisteva in un crescente mormorio, si fa esplicita e aspra: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Come gli è abituale, Gesù non solo non spiega il “come” ma, addirittura, rincara la dose, ponendo come garanzia di affidabilità la formula del giuramento: "In verità, in verità io vi dico (…) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Poi aggiunge la motivazione: “Perché (…) chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Mangiare e bere non si riferisce al corpo e sangue della persona, ma al fatto che il pane e il vino trasmettono gli effetti della comunione con la persona di Gesù Cristo e producono la vicendevole appartenenza.

La teologia, nell’approfondire l’analisi riguardo alla realtà del Corpo e del Sangue di Cristo, elabora indicazioni che riguardano la sostanza, il significato e la finalità con i termini transustanziazionetransignificazione e transfinalizzazione, quale effetto della parola del Signore nell’ultima cena, in virtù della quale la sostanza, il significato e la finalità, vanno ben oltre quello che vede e comprende l’esperienza e la ragione umana.

D’altronde la realtà, il senso e la finalità di quello che esiste vanno ben oltre la capacità umana di vedere e comprendere. Uno dei possibili esempi è la scoperta della realtà dei microbi, da sempre esistiti, di cui solo con uno strumento adeguato è possibile constatarne l'esistenza.

Nel caso dell’Eucaristia lo strumento è la fede, la fiducia riguardo quello che Gesù ha detto e fatto. Tutta la sua azione è sconvolgimento del pensiero e del comportamento delle autorità e del popolo, che aspettavano dal Messia l’avvento del regno in ben altro modo.

Non si tratta solo di considerare la difficoltà degli uditori per le parole, indiscutibilmente sconcertanti, ma il fatto che esse rimandano al rapporto di fiducia, non solo nella persona di Gesù, ma anche nella missione e, soprattutto, nel compimento della promessa di Dio nella storia d’Israele.

Mangiare il suo Corpo e bere il suo Sangue stabilisce un sicuro elemento per valutare il grado e la consistenza della fede, e verificare l’intima ed efficace unione con Gesù con il “rimane in me e io in lui”, come l’amate e l’amato uniti nell’amore.

A tal riguardo, Gesù aggiunge la comparazione: "Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me". L’uomo Gesù vive per il Padre in virtù dell’intima comunione, generata e sostenuta dalla fede. Le notti e i lunghi momenti in preghiera stabiliscono la fermezza e consistenza di tale rapporto, avendo Gesù messo come tra parentesi la sua condizione divina. La lettera agli Ebrei raccomanda esplicitamente di tenere gli occhi fissi su Gesù, che dà origine alla fede e la porta a compimento in sé stesso (Eb 12,2).

Per la fede del credente, Gesù fa del pane e del vino la memoria attualizzata degli effetti della sua vita, insegnamento, morte e risurrezione, in modo “che chi mangia di me vivrà per me"; e si può dire anche il contrario, ossia, chi vive per me, per la causa del regno, sentirà sempre più il bisogno di fare memoria nel mangiare di me. È la dinamica della circolarità dell’amore.

Ecco, allora, un possibile senso delle parole finali: "Questo è il pane disceso dal cielo (…) chi mangia di questo pane vivrà in eterno”. Appunto, la circolarità dell’amore che motiva la missione.

 

 

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