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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 20,10-13)

 

È noto il detto “la lingua non ha le ossa, ma rompe le ossa”; tale è la forza della calunnia, della diceria, dell’imputazione coscientemente falsa diretta a distruggere l’integrità morale e la reputazione di una persona. È il caso del profeta Geremia, destinatario di tale atteggiamento “Sentivo la calunnia di molti”, con l'intento di costoro di arrecargli il maggiore danno possibile. “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Un complotto senza scampo.

La motivazione è l’ingrato compito del profeta, al quale è conferita dal Signore la missione di compiere tale incarico nel trasmettere parole, messaggi e prospettive radicalmente opposte alle attese delle autorità e del popolo.

Da un lato il profeta denuncia il comportamento del popolo e delle autorità, contrario ai termini dell’Alleanza per il mancato rispetto della giustizia e del diritto riguardo ai poveri, gli indifesi, così come il sopruso dei potenti verso i deboli.

Dall’altro lato, il tempio – centro del potere religioso e politico, luogo sacro del legame fra Dio e il suo popolo eletto e segno della presenza di Dio celebrata nel meticoloso e puntuale culto – è ritenuto come garanzia di difesa e di protezione contro ogni avversità.

Geremia osa proprio affermare che tale sicurezza è fallace, poiché non c’è rispetto ai termini dell’Alleanza. Di conseguenza, va formandosi e crescendo l’opposizione, e il rigetto diventa drammatico e determinato: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”.

Addirittura sono coinvolti gli amici, le persone dalle quali si aspetta appoggio, aiuto o, per lo meno, un sostegno. Invece è tutto il contrario, dato che essi ne aspettano la caduta o il suo passo falso: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”.

Sconcertante, drammatica e radicale è la solitudine di Geremia; si sente defraudato e ingiustamente abbandonato dal Signore, nonostante la sua fedeltà alla missione non preveda sconti per nessuno. Il suo lamento è tale da esclamare: “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (15,10).

Al massimo dello sconforto e della prova, il Signore risponde alle lamentazioni: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi dovranno tornare a te, non tu a loro” (15,19). Non è che il Signore si è allontanato o dimenticato del profeta, ma il fatto è che, nello svolgimento della missione, Geremia non ha saputo distinguere ciò che è prezioso da quel che non lo è.

In cosa consista il contenuto dei due fattori contrapposti non è specificato. Tuttavia, l’indicazione è estremamente preziosa per qualsiasi azione profetica di tutti i tempi, per l’inevitabile drammaticità del radicale rigetto. Normalmente si accusa il destinatario di tutto il male, ma occorre anche l’auto-analisi, in ordine alla qualità del discernimento per riappropriarsi della serenità d’animo, della fiducia nel Signore e continuare nel cammino.

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”. Si tratta, come afferma il profeta Michea, di“camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8d). È proprio nell’umiltà il corretto discernimento, in virtù del quale i “persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna incancellabile”.

In tale circostanza, dal mondo interiore sorge un nuovo stato d’animo, opposto a quello precedente: “Signore degli eserciti, che provi il giusto (anche se imperfetto nel discernimento o nella sua totalità), che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!”.

Si tratta del riscontro del buon esito della sua coraggiosa perseveranza nella fedeltà alla missione. Mi riesce difficile pensare alla vendetta nel senso comune del termine. 

Il popolo e le autorità saranno esiliate in Babilonia, contrariamente alle loro attese. La missione tenace e determinata del profeta sarà un fallimento e il popolo ne subirà le conseguenze, ma non per una rivalsa vendicativa da parte del Signore. E Geremia uscirà dalla scena dirigendosi verso l’Egitto.

Indipendente dal risultato finale, Geremia invita coloro che hanno fiducia in lui, o che passeranno per la stessa esperienza, a elevare l’inno di lode: “Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalla mani dei malfattori” per il dono del ravvedimento, del discernimento e della fedeltà alla missione.

È questa l’esperienza paradigmatica dello scontro tra due opposti: il peccato (la sfiducia in Gesù e nella causa del Regno) e la grazia (il dono della fedeltà e del compimento, purificati nella prova per il discernimento).

È il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 5,12-15)

 

Questo commento è un testo teologico particolarmente complicato. Ho estratto dal sito "Nicodemo.net" quanto segue.

Il brano inizia con l’ affermazione: “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”. In questo versetto la situazione in cui si trovava l’umanità, prima di Cristo, viene descritta alla luce di quanto la Genesi dice di colui che è stato il primo peccatore, Adamo (…). L’apostolo introduce un confronto tra due personaggi, Adamo e Cristo.

Il primo termine di paragone è Adamo (…). Il riferimento al progenitore dell’umanità deve essere compreso alla luce di un concetto tipico del mondo biblico, designato con l’appellativo di “personalità corporativa”: in base ad esso una collettività viene identificata con una singola persona, la quale rappresenta tutti i suoi membri ed esprime in sé stessa quelle spinte che stanno alla base della loro aggregazione. Così Adamo è presentato nella Genesi non solo come il progenitore, ma anche come il simbolo e il rappresentante di tutta l’umanità che da lui deriva.

Questa idea è espressa in modi diversi anche nei testi giudaici, nei quali si afferma che, a motivo del peccato da lui commesso non fu vinto solo Adamo, ma anche tutti quelli che sono nati da lui; la rovina non è stata solo sua, ma anche di tutti quelli che sono discesi da lui.

Il peccato di Eva ha coinvolto tutta la creazione (…). Evocando la figura di Adamo, Paolo osserva che “a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato ” (…). Al peccato viene strettamente associata la morte, che nel racconto della Genesi rappresenta la sua immediata conseguenza (…); la morte fisica è vista come simbolo di una realtà più drammatica, che consiste nel distacco da Dio.

Dopo aver caratterizzato Adamo come colui che ha introdotto il peccato e la morte nel mondo, Paolo prosegue con il termine “così”; non introduce, come ci si sarebbe aspettati, il secondo termine di paragone, cioè la figura e il ruolo di Cristo, ma approfondisce ulteriormente le conseguenze del gesto di Adamo. Egli afferma che, per sua colpa, anche la morte è “entrata” in tutti gli uomini, cioè ha preso possesso di loro, “poiché tutti hanno peccato”.

In passato l’espressione “poiché” è stata erroneamente tradotta “nel quale” e, di conseguenza, si è supposto che “in Adamo” tutti abbiano peccato, cioè che il peccato da lui commesso si sia trasmesso a tutti i suoi discendenti. In tempi più moderni si è invece accertato che il termine greco "eph’ôi" significa semplicemente “poiché”. Paolo vuole, quindi, affermare che (…) il peccato di Adamo ha avuto effetti devastanti in quanto tutti gli uomini, con i loro peccati personali, si sono resi partecipi e corresponsabili di quella situazione di morte a cui egli ha dato inizio. La situazione dei bambini che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione e, quindi, non possono peccare personalmente è chiaramente fuori dell’orizzonte di Paolo.

Dopo aver segnalato l’ingresso nel mondo del peccato e della morte, Paolo prosegue: “Fino alla legge infatti c'era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”.

La situazione di peccato, e di morte, determinata dal primo uomo, si è protratta fino al momento in cui Dio ha affidato ad Israele la legge. Nella mente di Paolo nasce, però, un interrogativo: com'è possibile ciò “se il peccato non può essere imputato quando manca la legge?”. È esattamente quanto aveva affermato egli stesso in Rm 4,15: “dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione”.

Ma, secondo Paolo, non esiste alcun essere umano che non abbia avuto, se non la legge mosaica, almeno qualcosa di simile: tutti infatti hanno conosciuto Dio (1,19-20) venendo, così, a conoscere quella legge morale che hanno trasgredito. Perciò risponde all’obiezione osservando che “la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo”. In altre parole, la morte, vista come un fatto non solo fisico ma anche spirituale – lontananza da Dio con tutte le conseguenze descritte in 1,18-33 -, ha manifestato i suoi effetti devastanti anche su coloro che non avevano ricevuto, come Adamo, un precetto esplicito. Ciò è sufficiente per dire che anch’essi non sono esenti dal peccato.

Paolo aggiunge che Adamo è “figura di colui che doveva venire” e confronta Adamo con Cristo. Tutti gli uomini si sono resi corresponsabili del peccato commesso dal primo uomo, cioè si sono lasciati liberamente coinvolgere nella situazione che da lui ha avuto origine, ma la sua persona è solo una “figura” di Cristo: egli parla, dunque, di Adamo nella misura in cui è utile per capire meglio il ruolo di Cristo.

La superiorità di Cristo su Adamo viene messa in luce a partire dal concetto di personalità corporativa. (…) Cristo è il mediatore escatologico per mezzo del quale Dio instaura il suo regno e afferma: “Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti”.

È questo un tipico argomento a fortiori, cioè “dal meno al più”. La superiorità di Cristo su Adamo appare, anzitutto, dal fatto che “il dono di grazia” non è come la “caduta” (trasgressione, azione peccaminosa): infatti, se la caduta di uno solo ha fatto sì che “tutti” morissero, molto di più, grazie a un solo uomo, Gesù Cristo, la grazia di Dio ha abbondato “per tutti”. In altre parole, proprio per la sua funzione di Uomo – Figlio dell’uomo, nuovo Adamo e di Servo di Dio – Cristo ha portato a tutta l’umanità una realtà di segno positivo (grazia) che supera, immensamente quella di segno negativo (morte), di cui è stato portatore Adamo.

La corretta coscienza di questa condizione è condizione per vincere la paura cui fa rifermento il vangelo.

 

Vangelo (Mt 10,26-33)

Gesù, similmente a quanto accadde a Geremia, affronta l’incomprensione, l’opposizione e il radicale rigetto, avendo coscienza della profezia di Isaia riguardo alla missione, al ruolo e al destino del Servo (cfr. i quattro cantici: 42,1-9; 49,1-9, 50,4-7; 52,13-53,12). Sa benissimo, per esperienza personale, cos’è la paura.

Ebbene, indica agli apostoli di quali paure liberarsi per non lasciarsi dominare da esse, e quali invece sono prendere in seria considerazione per evitare l’irreparabile danno che ne consegue.

“Non abbiate paura degli uomini”, della loro reazione per la portata sconcertante di quello che annuncerete riguardo al mistero arcano di Dio. In quei tempi, i grandi maestri con uno o due dei migliori alunni svelavano – nel dialogo personale e in un luogo appartato fuori da ogni possibile intromissione – il segreto nome di Dio (le quattro consonanti), l’evento del carro di fuoco che portò al cielo il profeta Elia e altro, non senza che il maestro si coprisse il capo con un panno nero per essere entrato nel mistero di Dio.

Ora Gesù capovolge tutto, “poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. Ora il mistero di Dio è accessibile per il suo insegnamento associato alle opere. Cosicché quello che veniva udito nelle tenebre, nella riservatezza di un locale e ascoltato sottovoce con grande timore e apprensione, ora si manifesta nella luce e apertamente per tutti.

“Non abbiate paura di chi uccide il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Gli studiosi ritengono che il riferimento all’anima, in tali termini, sia una reminiscenza del pensiero greco. L’anima nel pensiero ebraico si riferisce alla forza vitale, si traduce come vita dell’individuo. Il pensiero ebraico distingue la persona come corpo, anima, e spirito. Corpo e anima formano la persona e l’anima va intesa come la vita di essa. Immortale è lo spirito).

Gesù dice di non avere paura di quelli che uccidono il corpo: questo prima o poi muore; il corpo è destinato a deperire, ma la forza vitale che è nell’individuo può restare per sempre. Il messaggio è che la morte non è l’ultima parola di Dio sulla persona. Quelli che ammazzano non hanno il potere di uccidere la forza vitale che è in voi. Nell‘Apocalisse si parla della prima morte e della seconda morte, e si legge che il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte, quella che riguarda la forza vitale che dà spazio all’azione dello Spirito.

“Non abbiate paura” di valere meno dei passeri, né di sfuggire all’attenzione di Dio nei momenti della prova, pensando che il suo silenzio significhi disinteresse o, peggio, abbandono, perché “Perfino i capelli del vostro capo sono contati”. “Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”.

Invece “abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo”, come conseguenza della sfiducia nella persona di Gesù, nel suo insegnamento e nella causa del regno di Dio, che porta all’abbandono dell'impegno, a chiudersi in sé stessi e, di rimando, all’isolamento da tutti e da tutto quello che costituisce la vera e irrimediabile morte ed il trionfo del peccato.

Gesù tira le conseguenze: “Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.

 

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