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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 4,8-11.14-16a)

Eliseo, per la sua condizione di profeta, è ospitato ed invitato a mangiare da un'illustre donna. Dirà lei stessa al marito:“Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi”. Il brano non specifica in che modo, e per quale azione o parola del profeta, è rimasta interiormente colpita da lui o dalla missione che svolge; viene riportato solo che tutte queste cose hanno suscitato in lei la convinzione che si tratti di un autentico “ uomo di Dio”.

In quanto “uomo di Dio” ella, spontaneamente e in accordo con il marito, gli offre un'ospitalità di tutto riguardo: “Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così venendo da noi, vi si potrà ritirare”. La donna è un chiaro esempio di generosità, determinata unicamente dalla fede nel Dio cui Eliseo si è posto al servizio.

Quale uomo di Dio, Eliseo appare molto distaccato nei confronti delle persone, delle cose che lo circondano e dedica tutto sé stesso al ministero. Egli non conosce nulla della situazione della donna e s'informa con il suo servo, al quale chiede: “Che cosa si può fare per lei?”.

Non è insensibile alle attenzioni della donna e le è profondamente riconoscente per la sua condotta ospitale. Venuto a sapere dal servo che non ha figli – “Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio” – capisce subito che, per lei, la maternità è la cosa più importante. Quasi impulsivamente dice:“Chiamala!” e “La chiamò; ella si fermò sulla porta. Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia»” .

Il messaggio che il brano trasmette riguarda la qualità del rapporto interpersonale fra i due, improntato sull’autenticità dei sentimenti, delle azioni e delle scelte. Ognuno assume l’impegno in sintonia con il proprio mondo interiore, con sentimenti nobili, senza cedimenti di convenienza, di opportunismo né di alcuna forma di ipocrisia nel manifestare quello che non è, o nascondere quello che è.

I valori etici di tale condizione portano alla fecondità dell’esistenza su due piani diversi. Per la donna, la futura maternità che è come una risurrezione, per la vittoria sulla sterilità (allora ritenuta quasi come una maledizione).

Per Eliseo, è l’opportunità di dispiegare e manifestare il coinvolgimento con il Signore, che lo ha costituito come profeta. È il farsi della verità dell’esistenza, e con essa la gioia della vita da ambo le parti. Il quadro è un riferimento per la qualità dei rapporti interpersonali ed è inutile dire che è valido per tutti i tempi, e per ogni rapporto interpersonale e sociale.

Un testo del Siracide riassume è sintetizza i valori etici e le indicazioni che Dio ha posto nell’intimo di ogni persona: “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. Egli assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò.

In ogni vivente infuse il timore dell’uomo, perché dominasse sulle bestie e sugli uccelli. Li riempì di dottrina e d'intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male.

Li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. Pose il timore di sé nei loro cuori, per mostrare loro la grandezza delle sue opere, e permise loro di gloriarsi nei secoli delle sue meraviglie.

Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere. Pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita. Stabilì con loro un’alleanza eterna e fece loro conoscere i suoi decreti. I loro occhi videro la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentirono la sua voce maestosa. Disse loro: ‘Guardatevi da ogni ingiustizia!’ e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo” (Sir 17,1-4.6-11b.12-14).

Già, nella citazione, si rileva l’ambiguità della condizione umana, che accompagna tutta la vita della persona e, in virtù della quale, fluttua da un estremo all’altro, in una lotta piena di vittorie e di sconfitte. Ebbene, Dio viene in aiuto con l’evento Gesù Cristo, i cui effetti sono presi in considerazione nella seconda lettura.

 

2a lettura Rm (6,3-4.8-11)

Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”. L’affermazione appunta alla caratteristica principale della nuova vita del credente in Gesù CristoEssa, posta alla fine dell’argomentazione, ben strutturata e di contenuto rilevante, pone in risalto la trasformazione interiore, non solo psicologica ma anche nella profondità dell’essere, realizzata per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù, quale Cristo per l’azione dello Spirito Santo.

La morte cui si riferisce la lettura non riguarda quella fisica ma quella generata dal dominio del peccato nella persona, che la rende disumana per l’indifferenza, l’insensibilità, il disinteresse verso quello che non la riguarda direttamente o indirettamente. Si tratta della seconda morte di cui parla il libro dell’Apocalisse.

La persona si percepisce interiormente vuota, senza senso, per il sentimento d’insoddisfazione, le ansie, il camminare senza una specifica meta. Dall’altro lato, l’eventualità di cadere nella violenza, sopruso, corruzione, arroganza, prepotenza, sfruttamento, vendetta, e desiderio del male per gli altri fa sì, che nell’ambito sociale sostenga la discriminazione, l’isolamento, il disprezzo delle altre culture, il disinteresse per i diritti umani. È indifferente ai valori autentici e alla presenza dello Spirito in lei.

La morte al peccato, cui si riferisce Paolo, è generata dalla fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, sigillata dal battesimo, alla quale Paolo richiama i destinatari della lettera: “Non sapete che quanti siamo battezzati in Cristo Gesù, siamo battezzati  nella sua morte?”. In altre parole afferma loro che, lui e loro, sono immersi nella Sua morte, causata dalla resistenza al peccato e dall’opposizione delle autorità e da chi non ha fiducia in Lui.

Gesù, morendo, ha svuotato il potere del peccato, che pretendeva di dominarlo in modo che fallisse il proposito dell’avvento del Regno. Questa liberazione è trasmessa, per la fede, ad ogni credente in Lui, quale rappresentante davanti al Padre.

L’evento della morte non è fine a sé stesso ma, “come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”. La liberazione dalla morte di Gesù Cristo è frutto della fedeltà alla causa del Regno di Dio, motivata e sostenuta dall’amore trinitario che impianta la nuova vita nell’umanità e in ogni singola persona. La forza della risurrezione è la consegna, per amore, alla causa dell’avvento del Regno e costituisce l’ambito del “camminare in una nuova vita”.

Interiorizzare, accogliere e fare proprio l’evento Gesù Cristo – il suo insegnamento e la dedicazione alla causa dell’avvento del Regno, con lo stesso amore e fedeltà – genera, nel profondo, la convinzione che “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche viviamo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui”. La comunione con Lui, e in Lui, motiva e sostiene la stessa dedicazione e consegna per il Regno, e lo stesso destino per il quale sarà vinta la morte, come lo è stato per Lui.

Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio”. La radice del peccato, generatrice di tutte colpe di cui sopra e di altre, è la sfiducia nella sua persona in merito all’avvento del Regno, da lui insegnato e attuato con il comportamento e le azioni opposte alle loro attese, a quello che la tradizione aveva consolidato come riferimento indiscutibile sulla base della Legge, interpretata dai maestri e sostenuta dalle autorità.

Avendo, incomprensibilmente e scandalosamente, stravolta la Legge, il peccato – la sfiducia – ha crocifisso Gesù. E, morto a causa del peccato, ora vive per la causa di Dio, quale amore trinitario che lo ha sostenuto e accompagnato in tutta la missione, sino alla fine.

Le stesse sfide che Gesù dovette affrontare sono trasmesse ai discepoli, come testimonia il vangelo.

 

Vangelo (Mt 10, 37-42)

Le esigenze che il brano propone sono incentrate sulla persona di Gesù, quale profeta dell’annuncio e maestro della prossimità del Regno di Dio. Egli qualificherà sé stesso come il cammino e porta di entrata con l’avvento del Regno. Il suo insegnamento e la sua azione ruotano attorno ad esso.

Ebbene, su questi presupposti disse ai discepoli: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”. L’amore, cui si riferisce, non è emozione, sentimento, affetto o attaccamento che, inevitabilmente, segnano il rapporto fra loro, ma l'anteporre a tutto ciò la volontà e la dedicazione alla causa del Regno di Dio, per la quale Gesù sta svolgendo la missione. Ciò non significa reprimere o, peggio, negare sentimenti, emozioni o affetti, ma percepire e verificare se nel proprio intimo la causa del Regno ha la forza e la consistenza di anteporsi.

Nel discepolo ciò è possibile se, coinvolto dall’insegnamento e dalla pratica di Gesù, percepisce in sé stesso l’aprirsi di nuovi orizzonti di vita affascinanti, pieni di senso. È la consistenza e la fermezza della percezione che sostiene l’impulso, la dinamica determinazione di trasmettere, e coinvolgere, chi ignora tale possibilità, soprattutto gli esclusi, i poveri, gli “scarti” della società, che la teologia e pratica religiosa di allora considerava privi della prospettiva di salvezza, ossia di entrare nel regno con l’avvento del Messia.

Gesù però avverte i discepoli riguardo alla drammaticità della missione: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”. Così segnala il momento in cui il condannato si curva per caricarsi sulle spalle la traversa della croce e si avvia verso il patibolo; solo allora il discepolo diventa degno di Lui. Non si tratta di affrontare una sofferenza qualsiasi, ma quelle generate dalla fedeltà alla causa dell’avvento del Regno, in sé stesso e nei destinatari.

Gesù sa benissimo che l’attesa, nelle autorità e nel popolo, riguardo al Messia e l’avvento del Regno di Dio riveste connotati opposti ed è cosciente che, ai loro occhi, quello che gli succederà sarà ritenuto il giusto castigo di Dio per un ateo, un senza Dio.

Egli non si sofferma a fornire ulteriori spiegazioni per risolvere lo sconcerto ed i dubbi dei presenti, ma rafforza il suo discorso con una sentenza particolarmente sconcertante, che costituisce il paradosso della vita di ogni discepolo degno di Lui: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. Perdere la propria vita è una realtà ineludibile per qualunque uomo: quel che fa la differenza è la causa. La causa di Gesù è l’avvento del Regno, l’ambito della salvezza per l’umanità e per ogni persona.

In senso positivo, Gesù garantisce loro: “Chi accoglie voi accoglie me”. Assumere la causa dell’avvento del Regno, con la determinazione e la fedeltà del Maestro, è perpetuare la sua presenza e azione. Di più, “e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. In altre parole partecipa della comunione trinitaria e, con essa, della realtà ultima e definitiva del Regno.

Nell’orizzonte del Regno di Dio è determinante la pratica dell’accoglienza, non solo del profeta, del giusto o del discepolo bisognoso di un bicchiere d’acqua, ma di ogni persona sprovvista di alimento, di condizioni di vita umana e di rapporti interpersonali e sociali autentici, nell’orizzonte della giustizia, del diritto, della fraternità, solidarietà e responsabilità per un mondo più umano, e per curare il giardino del creato che Dio ha posto sotto la responsabilità di ognuno.

Al riguardo sono illuminanti le parole del filosofo E. Levinas: “Che un popolo accetti coloro che vengono ad insediarsi sulla sua terra, per quanto stranieri essi siano, con le loro usanze, con i loro costumi, con la loro lingua e odori, che dia loro accoglienza come riparo, offrendo di che respirare e vivere – questo è un canto alla gloria del Dio d’Israele”.

 

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