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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,10-11)

La metafora della pioggia e della neve trasmette molto bene l’idea dell’efficacia della Parola di Dio diretta a tutta l’umanità. La Parola (da intendere non solo come fonema che esce dalla bocca ma anche come fatto, azione) è il dono di Dio per tutti indistintamente, senza privilegi o differenze di sorta, come suggerisce il riferimento alla pioggia e alla neve.

Per mezzo di essa Dio si auto-rivela per chiamare alla comunione con sé tutta l’umanità e fare in modo che essa, con tutto il creato, manifesti l’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nel quale ogni persona, e l’umanità intera, sperimentino il dono della vita in abbondanza.

Sulla scia della pioggia e della neve anche la Sua Parola “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Il sogno, il desiderio di Dio è che gli uomini sintonizzino con l’amore (simbolizzato dall’azione feconda della pioggia e della neve) che motiva la sua azione, la sua auto-manifestazione.

Il regno di Dio, che intende impostare con essa, è la risposta su come continuare a vivere e crescere nel dono della libertà, il cui artefice è Dio stesso, quale operatore della liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo del male e del peccato -. La finalità dell’avvento del regno è fare della terra promessa, in cui il popolo si trova, il luogo,  l’ambito del diritto, della giustizia, della fraternità e della solidarietà.

La Parola non è solo espressione del sogno, del desiderio di Dio, ma traccia il cammino e indica i mezzi per realizzarlo. Accoglierla, pertanto, non consiste solo nell’acconsentire ad essa ma nel praticare con audacia, coraggio e creatività tutto ciò che insegna a livello di contenuto e di metodo, giacché essi – il popolo eletto – sono stati liberati per vivere e crescere nella libertà, che sintonizza con l’amore che Dio ha manifestato a loro favore con la liberazione e la promessa di una nuova terra.

La liberazione si manifesta, e la libertà cresce, per la pratica dei valori di cui sopra, quando assunti e vissuti nella gratuità, in attenzione ai bisogni che fanno dei destinatari persone sempre più umane e attente ai meno favoriti, perpetuando, in tal modo, la spirale in continua espansione della dinamica dell’amore quale pratica della libertà.

La missione non è un dovere da compiere ma l’esigenza e la condizione per crescere dal punto di vista umano e nello Spirito. Essa richiede, ovviamente, di farsi carico in modo responsabile e solidale delle condizioni del popolo e delle persone deboli, il che presuppone incomodarsi, sintonizzare e fare proprie le loro sofferenze e difficoltà. Il desiderio è sentimento, la pratica è azione. È noto il detto: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per indicare lo iato da superare per sintonizzare con il dono dell’avvento del Regno.

La parola viva – la missione – illumina e sostiene l’argomentazione, per “rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

La speranza è motivata dal fatto che la parola vissuta, praticata, immerge nell’amore di Dio e, partecipando della vita divina, sorge nell’intimo la certezza del compimento definitivo della promessa del Regno ultimo e definitivo, con l’avvento del Messia Risorto. È la speranza che l’annuncio e la testimonianza coinvolga i destinatari, immergendoli e partecipando loro lo stesso dono.

La parola è sempre offerta, mai imposta, e pertanto può essere accolta o meno. Ovviamente non si tratta di semplice informazione o curiosità, ma è credere in essa, nell’efficacia di orientare il proprio cammino, la propria filosofia di vita e le scelte corrispondenti, in sintonia con le esigenze che regolano il corretto rapporto con sé stessi, con le persone con cui si condivide la vita quotidiana, con la società, con il mondo e con l'intero creato.

Un secondo aspetto della finalità della parola è il discernimento. Con l’invio della Parola, il desiderio del Signore è quello di svelare chi veramente sintonizza e si lascia coinvolgere da essa e chi non lo fa. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito (…) e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore – cuore riguarda il progetto, il regno – non gli affetti, le emozioni personali” (Eb 4,12).

Essa dividerà gli uni dagli altri e sarà segno di contraddizione, come predisse il vecchio Simeone quando accolse fra le braccia il bambino Gesù: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione (…) affinché siano svelati i pensieri dei loro cuori” (Lc 2,43-35).

Nessuno si può sottrarre. Compiuta la missione, la Parola “non ritornerà a me senza effetto (…) e senza aver compiuto ciò per cui l’ho inviata”. L’invio della Parola, donata dal Signore, svolge la sua missione con l’azione dello Spirito Santo, non solo a favore delle persone ma anche riguardo al creato, come afferma spiega la seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 8, 18-23)

Poiché la Parola è motivo di contraddizione, allo stesso tempo è anche causa di sofferenza per le persone che la testimoniano nel trasmetterla. In realtà molte sono le prove e le difficoltà di ogni tipo che incontrano gli evangelizzatori nello svolgimento della missione.

Al riguardo Paolo ha molta esperienza, perciò può affermare sinceramente: “ritengo che le sofferenze del tempo presente (…)”, sono note, come si evince dagli scritti dello stesso apostolo, le innumerevoli e grandi sofferenze che lo accompagnano nella sua azione pastorale. È impressionante la sofferenza e la sopportazione di tante difficoltà senza desistere, senza retrocedere o abbandonare la missione.

La risposta è nel prosieguo delle sue parole: “(…) non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”. L’esperienza di fedeltà, perseveranza e tenacia nella missione – esperienza mistica – rivela in lui l’ambito della manifestazione della gloria di Dio. Essa si completerà alla fine dei tempi con il “ritorno” del Risorto, ma già qualcosa della grandezza della gloria di Dio è percepibile nel presente, al punto da considerare le sofferenze attuali non “paragonabili alla gloria futura”.

L’attesa e la speranza nell’evento finale coinvolgono anche il creato e ciò rafforza, ancor più, la percezione della grandezza dell’evento: “La creazione è stata sottoposta alla caducità (…) nella speranza che anche la stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà dei figli di Dio”.

 Le persone, la società e il creato formano un tutt’uno per cui, agendo correttamente in un ambito, inevitabilmente si opera anche sugli altri due. Ad esempio, alzando un lembo della tovaglia, essa si muove tutta.

L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”. L’attesa si deve alla presenza dello Spirito nel creato. Si tratta dello stesso Spirito inviato nella Pentecoste e invocato dai credenti, “che possediamo le primizie dello Spirito”. La singolare “ardente aspettativa” è comparata alle doglie del parto: “Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto (…)”. Gli uomini e le donne sono parte della creazione, per cui Paolo aggiunge: “(…) Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”.

La Pentecoste manifesta il disegno del Padre, per il quale è in atto l’implementazione della nuova realtà, in virtù della quale il creato sarà liberato dalla caducità e dalla schiavitù della corruzione. Il punto dirimente nella persona è l’“adozione a figli” dei credenti e, con essa, la conseguente “redenzione del corpo”. Con ciò sarà manifesta e svelata “la rivelazione dei figli di Dio”. In loro, fatti pienamente partecipi della condizione adottiva di figli di Dio, la redenzione del corpo e dell’umanità intera glorifica l’avvento del Regno nell’eterna dinamica trinitaria.

Il processo sarà come un parto e coinvolge, simultaneamente, i credenti ed il creato. Nei primi si manifesterà “la libertà della gloria dei figli di Dio”; nel creato la libertà “dalla schiavitù (della caducità) della corruzione”. È il processo di liberazione che investe, simultaneamente, tutto e tutti, per partecipare della gloria di Dio, in sintonia con la propria vera e profonda identità di ogni elemento coinvolto.

Ecco perché “L’ardente aspettativa della creazione, … è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”. Essa manifesta la coscienza dei credenti nello svolgere la missione, che va ben oltre l’attenzione alla persona, alla comunità, all’umanità. Essa abbraccia il creato, partecipe della gloria di Dio. In tal modo il creato acquisisce la condizione di nuovo cielo e nuova terra, liberato da tutto ciò che si oppone alla volontà del Creatore.

Paolo è consapevole che “la gloria futura sarà rivelata in noi”. Così come sa che essa è,  intimamente e profondamente, legata all’azione evangelizzatrice che riprende e attualizza in lui, nei fratelli e nel creato, gli effetti della morte e risurrezione di Cristo.

A questo punto Paolo, comparando le sofferenze del presente alla gloria futura, afferma con piena coscienza: "Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”.

La metafora del parto fa pensare al momento iniziale – il concepimento – in coloro che si rapportano in un modo specifico con la parola di Dio e si dispongono affinché porti frutto. Naturalmente, è bene ricordare che ogni fecondazione è soggetta al pericolo dell’interruzione, dell’aborto. È un rischio che il vangelo evidenzia.

 

Vangelo (Mt 13,1-23)

La parabola è molto conosciuta. Il testo offre, con lucidità e profondità, la spiegazione del contenuto. Essa è diretta agli evangelizzatori sfiduciati, demotivati per i deludenti risultati della missione e per non aver riscontrato i frutti sperati. Tuttavia, le parole finali – “cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno” – garantiscono che l’evangelizzazione darà il frutto sperato, come indica la prima lettura.

Quali sono le condizioni per identificarsi come “terra buona”? In primo luogo, si tratta di accogliere la novità sorprendente e gratificante della Parola. Metabolizzandola nel profondo dell’animo plasma le radici della propria identità, con il perdono della sfiducia nella persona di Gesù e nella causa che egli ha portato a termine con l’evento pasquale.

In secondo luogo, si interiorizza il dono degli effetti dell’evento pasquale – la remissione dei peccati, il ristabilimento dell’Alleanza e la vita in abbondanza, anticipazione e garanzia della vita futura che si manifesterà alla fine dei tempi -. In tal modo, la persona, quale “terra buona”, usufruisce della linfa che trasformerà o rinnoverà i rapporti interpersonali, sociali e la cura del creato, attivando la loro crescita e il bene di tutti e di tutto.

È la stessa linfa che sostiene l’azione pastorale con la forza e l’efficacia della fede trasmessa dai sacramenti, in primo luogo dall’Eucaristia. È particolarmente importante quest'aspetto, che stabilisce l’efficace legame tra fede e vita nel credente per l’azione dello Spirito che declina, nella circostanza e nel caso specifico, i valori etici personali e sociali dell’agire in sintonia con l’avvento del Regno.

In questo quadro d’insieme, il seme della parola – la filosofia dell’amore, lo stile di vita, le scelte, il discernimento e il comportamento – attiva i rapporti interpersonali, sociali e la cura del creato nell’orizzonte dell’avvento della sovranità di Dio, sostenuti dal soffio e dall’energia dello Spirito che traccia la direzione del “cammino, (perché) verità e vita”, nella certezza che ciò che è stato “seminato in terreno buono (darà) frutto che produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”, anche se per il momento non c’è riscontro.

L’importanza di quest’insieme non è sufficientemente percepito da tutte le persone, per la scissione tra la pratica religiosa da un lato e la condotta personale e sociale dall’altro. Per usare una metafora è come le due rotaie del treno rigorosamente parallele o le due eliche del DNA non saldamente collegate dall’unico elemento che da' sicurezza e fermezza.

Quest’ultimo è il dono della magnanimità dell’amore di Dio, della sua costante misericordia, della sua tenacia fedeltà all’Alleanza e al compimento della Promessa, nel far sì che si stabilisca la vita indistruttibile nella vita sociale e nei rapporti interpersonali, l'abbondanza e la gioia senza fine in questa vita.

La fragilità e la vulnerabilità della fede si ripercuotono negativamente sulla persona e,  ancor più, sulla società in forma di rassegnazione o, peggio, di auto-giustificazione e anche la coscienza segnala la scorrettezza.

Ma l’aspetto devastante è il blocco dell’efficacia del seme, che lo rende simile a quello che cade “lungo la strada (…) sul terreno sassoso (…) o sui rovi”, dove prevalgono le motivazioni che il testo esplicita.

È noto che l’Eucarestia non prepara solo il terreno ma è molto, molto di più. Essa unisce l’inizio e la fine con la gloria di Dio. E configura il circolo dell’amore di Dio, nel quale tutti e tutto sono immersi.

E, allora, ecco l’efficacia della Parola: “Non tornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”.

 

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