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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 12, 13.16-19)

L’autore loda la cura di Dio per tutte le sue creature, affermando che "Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose”, giacché tutto proviene da Lui, dall’opera delle sue mani – Il Figlio e lo Spirito Santo -. Il motivo dell’affermazione è confutare l’accusa che Dio sia un “giudice ingiusto”.

Punto centrale della riflessione è la forza di Dio: “La tua forza è principio di giustizia”. Al contrario di quello che, dal punto di vita umano comunemente s’intende per forza quale energia impositiva e coercitiva, essa ha tutt'altre caratteristiche. Dio è amore e, pertanto, la forza, la sorgente e il principio della giustizia, è rapportabile all’amore, che costituisce l'essenza e l’esistenza di Dio stesso.

In tal modo “Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono”. Il rigetto da parte dell’offeso ingiustamente è un modo per non farsi prendere dalla delusione, dal sentirsi defraudato e permettere che, nell’intimo, si covino sentimenti di ostilità e propositi di rivalsa o di castigo.

Al contrario, l’autore pone in evidenza la magnanimità di Dio che, “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi, tu eserciti il tuo potere” indicando, in tal modo, che la forza e il potere motivano l’esercizio inaspettato e intenso del suo amore.

Significativa, al riguardo, è la supplica del profeta Geremia: “Lo so, Signore: l’uomo non è padrone della sua vita, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi. Correggimi, Signore, ma con giusta misura, non secondo la tua ira, per non farmi venir meno” (10,23-24). Lui è “padrone” del potere la cui forza è l’amore, essenza e senso della sua esistenza, che declina la sua immensa misericordia.

Questa condizione gli permette di esercitare la mitezza, la grande virtù di intervenire, in modo corretto, nel pieno dominio di sé stesso e, conoscendo la situazione in cui si trova il destinatario, gli consente di agire in modo appropriato. Inoltre da essa procedono la propensione al perdono e la disposizione a giustificare gli errori; in altre parole, l’indulgenza.

Il fine della giustizia è far sì che gli uomini diventino sempre più umani e l’autore afferma: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini (…)”. Con altre parole, apre e coinvolge nell’amore divino coloro che accolgono il dono del suo amore in modo che diventino imitatori del suo amore verso altri uomini crescendo in umanità.

Dio, sommo pedagogo, insegna al suo popolo che il giusto è tale nella misura in cui è capace di amare, coltivando in tal modo la fedeltà all'Alleanza nell’imitazione dell’amore del Signore che, con l’avvento della sua sovranità, – l’avvento del Regno di Dio -, coinvolge ogni persona e l'intera società.

“(…) e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. 

Per la pratica dell’amore, per la mitezza e la forza dell’indulgenza, Dio dona la grazia del pentimento e la fiduciosa speranza nel suo perdono.

Tuttavia non è difficile riscontrare l’abuso compiuto dalle persone che ritengono, in virtù del potere misericordioso del Signore, di poter peccare senza riguardo, contando incondizionatamente, ma illusoriamente, sulla buona disposizione e volontà di Dio al perdono.

È una considerazione che manifesta poca serietà e superficialità riguardo all'amore e alla misericordia di Dio. Esse le considerano dovute, come se Lui fosse obbligato, per la sua condizione divina, a perdonare.

È l'atteggiamento di chi vuole approfittare, senza nessun impegno o coinvolgimento, dell'amore di cui è fatto partecipe. Ma ciò è ben lontano da quel che Dio si aspetta, e tale prospettiva non solo è fuori dall’orizzonte della salvezza, ma la persona non vuole rendersi conto che il suo modo di porsi è auto-distruttivo, frutto della sua volontà e della sua superficialità, della quale Dio prende solo atto e rispetta.

Tale condizione comporta il non dare spazio all’azione dello Spirito Santo, manifestando la debolezza della sua condizione umana e di fede, come illustra la seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 8,26-27)

Punto di partenza della riflessione di Paolo è lo Spirito Santo che abita in noi. Nel cammino quotidiano dell'uomo, del credente, “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza”. Paolo si riferisce non solo alla debolezza della condizione umana e, specificamente, del comportamento, ma all'incapacità di comprendere l’evento Gesù Cristo e i suoi effetti, in modo da agire correttamente per la causa del Regno.

Il motivo è che “non sappiamo pregare in modo conveniente”, ossia non sappiamo bene cosa e come pregare. Il modello è la persona di Gesù. La sua vita e il suo operare per la causa del regno si possono paragonare a un’opera d’arte. Quest’ultima si apprezza alla fine, quando l’autore ha completato il lavoro. Nel caso di Gesù è l’evento pasquale.

Comprendere tale opera va molto oltre i criteri umani e, pertanto, la persona si trova in una zona grigia, più o meno scura, dove dubbi, interpretazioni scorrette, passi falsi lastricano il cammino giornaliero, in barba alla buona volontà e alla sincera disposizione.

La preghiera, evidentemente, non è riconducibile al recitare formule, ma al rapportarsi correttamente con la Parola, con l’evento Gesù Cristo. Essa presuppone l’adeguata conoscenza della situazione e delle circostanze delle quali si è partecipi, per discernere i “segni dei tempi” teologici che orientano le scelte e i comportamenti in ordine all’avvento del Regno.

Pur nella debolezza di cui sopra, Paolo afferma che non siamo soli né abbandonati da Dio, “ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili”. Essendo il gemito un lieve lamento o un pianto sommesso, fa pensare che Paolo si riferisca all’attenzione dello Spirito, che si manifesta attraverso sentimenti di compassione e misericordia propri di Dio e che motivano l’intercessione all’interno della stessa dinamica trinitaria.

In tal modo lo Spirito si presenta come testimone della realtà umana di ogni credente, della nuova identità e del destino glorioso. I “gemiti ineffabili” sono segnali che anticipano la salvezza promessa, perché Dio "scruta i cuori e sa cosa desidera lo Spirito”. Il gemito è come un sospiro che sgorga dall’abbondanza del cuore amante, e che non permette di rimanere schiacciati nella propria debolezza.

Potremmo paragonarlo, con i dovuti limiti umani, al gemito d’amore del genitore verso il figlio o, estendendo il concetto, a tutti quei rapporti affettivi fondati sulla solida fiducia, fraternità, responsabilità e solidarietà. Il gemito d’amore genitoriale deriva dal conoscere profondamente le debolezze e le contraddizioni del figlio e, tuttavia, lo rende determinato ad investire sugli aspetti positivi a discapito di quelli negativi, riconoscendo nel figlio i segni della possibilità di sviluppare l’amore autentico.

Allo stesso modo il Padre, nel suo Amore immenso, conosce ognuno ben di là del giudizio che ognuno ha di sé stesso, del suo agire e dei suoi peccati. Recita il salmo: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, (…). Penetri da lontano i miei pensieri (…). Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sal 139). Il Padre lo considera già purificato dai limiti umani del giudizio e lo accoglie nella sua autentica e sincera adesione all’Alleanza.

Lo Spirito agisce incessantemente a favore dei fedeli e soccorre la loro debolezza. Traspare la consapevolezza di Paolo dell’amore, che alle porte di Damasco lo stravolge profondamente. Pertanto, l’essere scelto e eletto come Paolo, non implica alcun privilegio, ma l’avvento del dono che declina l’impegno d’amore verso sé stesso, i fratelli e Dio.

I “gemiti ineffabili” sono incentivo e stimolo per immergersi, sempre più, nell’evento della salvezza e della comunione con Dio, rinnovando l’intelligenza e aprendo il cuore, per percepire la singolare e, a volte, inattesa azione di Dio indicata nella prima lettura.

In sostanza, i gemiti sostengono il processo di permanente conversione ed i criteri per comprendere il sorprendente agire di Dio, oltre le attese ed i criteri consolidati dall’esperienza e dalla prassi abituale.

Il vangelo mostra alcuni esempi.

 

Vangelo (Mt 13,24-43)

Di Gesù si può dire, nello svolgimento della missione, che è monotematico. Il suo insegnamento, la sua azione e il fine della sua missione riguarda solo l’avvento del Regno. Egli istruisce le folle al riguardo, con parole e azioni intimamente connesse, e le istruisce principalmente con le parabole.

In tal modo s'inserisce nella grande attesa di Israele. Le sue prime parole, all’inizio della missione, esortano alla conversione perché il Regno è ormai prossimo, si sta installando in chi accoglie il suo insegnamento, la sua filosofia di vita, le sue scelte, le sue azioni e quello che ne consegue, compreso il suo destino, non proprio esaltante dal punto di vista delle attese suscitate dalla teologia e dalla pratica religiosa del tempo.

Dall’insegnamento è evidente che il Regno non è una realtà geografica o la ricostruzione della nazione come ai tempi di Davide. Esso è il processo di instaurazione che abbraccia tutti e tutto; è il risultato della continua e sorprendente evoluzione ed espansione, sostenuta dalla trasformazione della vita sociale e personale con la nuova filosofia e stile di vita, con scelte sorprendenti a favore degli esclusi, dei marginalizzati, di coloro che erano ritenuti indegni ed esclusi da esso con l’arrivo del Messia.

L’avvento del Regno avviene nell’ambigua realtà, come lo è un campo dove crescono zizzania e grano, due realtà opposte. Alla richiesta degli operai, al padrone del campo, di permettere loro di sradicare la zizzania, Gesù risponde: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura (…) perché non succeda che raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche Il grano”.

I due prodotti, molto simili all’apparenza, avranno il loro destino con la mietitura, alla fine del tempo cronologico, o nel tempo presente con l’adesione adeguata al contesto e alla circostanza specifica, ossia il compiersi del tempo inteso come il farsi dell’evento per l’attualizzazione degli effetti della morte e risurrezione di Gesù nel credente.

Questo perché il tempo del Padre non è riconducibile al solo tempo cronologico,  ma all’evento che fa del presente l’opportunità per entrare nell’ambito del regno oggi, come esorta Gesù fin dall’inizio della sua predicazione nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,21).

Il male accompagna, fa parte, della storia. Di conseguenza occorre convivere con esso senza lasciarsi coinvolgere, e allo stesso tempo respingere la tentazione dello zelo farisaico di formare una comunità solamente di puri.

È un conflitto, una lotta costante, perché il male ha il potere dell’inganno e la forza della seduzione. Per di più, non sempre è facile discernere il grano dalla zizzania dato che hanno aspetto simile e, quindi, è doveroso procedere con molta attenzione e cautela.

Tuttavia, per comprendere e accogliere l’avvento del Regno nella vita giornaliera, la dinamica opportuna è la conversione. Essa permette di disporre di strumenti adeguati e, per l’azione dello Spirito, fornisce l’energia necessaria a ricercare il tesoro nascosto o la perla preziosa. A tal fine è necessario posizionarsi nell’orizzonte escatologico, l'ambito del discernimento del processo di conversione.

Un altro aspetto della conversione riguarda la piccolezza, l’apparente insignificanza dal punto di vista umano e sociale, di ciò che è seminato: “un granello di senape (…) il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto, è il più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero”. Il seme raggiungerà tale condizione perché “hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini” (prima lettura, v. 19): ecco la linfa del finale sorprendente.

Infine, la parabola del lievito: “Il regno dei cieli é simile al lievito” che, nella giusta misura, opera in modo corretto su tutta la massa. Mescolato nell'impasto, non si distingue dalla farina, anzi sparisce e, tuttavia, opera con efficacia. Nel mescolarsi diventa fermento e tutto acquista quello stato di perfezione pensato e voluto da Dio.

Il risultato finale è il frutto di un modo di procedere per il quale il metodo e la sapienza scientifica/filosofica si intrecciano con la sapienza dell’avvento del Regno, pur procedendo su due rotaie rigorosamente parallele, nella complessità di convergere nella monorotaia del treno ad alta velocità della storia, in ordine all’evangelizzazione ed al costante avvento della realtà del Regno di Dio, per il quale la persona si divinizza e Dio si umanizza, ognuno nella propria natura, e la storia – il creato – si rinnovano costantemente quale “nuovo cielo e nuova terra” (Ap 21,1), dono di Dio.

 

 

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