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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,1-3)

Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. L’invito è rivolto al popolo, la cui attenzione è segnata dalla preoccupazione per la sopravvivenza. In esilio cerca in tutti i modi di trovare mezzi e incontrare situazioni che gli permettano di vivere decentemente. Dalle parole del Signore si deduce che l’intento non dà il risultato sperato: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro denaro per ciò che non sazia?”.

L’impoverimento e la frustrazione sono evidenti. Il Signore si rivolge a “voi tutti assetati, (…) voi che non avete denaro”. Non è difficile cogliere lo stato d’animo di chi percepisce di trovarsi su una strada senza sbocco, senza via d’uscita. È anche la condizione odierna di persone o di gruppi che, per diversi motivi e in differenti circostanze, soffrono rovesci generatori di crisi e di forte sconcerto. Questi momenti lasciano un senso di frustrazione e di delusione che scoraggiano, fanno cadere le braccia e, addirittura, mettono in dubbio il senso del vivere.

“Su ascoltatemi (…) Porgete l’orecchio e venite a me”. Nell’Antico Testamento è molto insistente l’esortazione: “Ascolta Israele!”. Non si tratta semplicemente di udire, ma d’impegnare tutte le facoltà della persona: l’intelligenza, la volontà, la memoria, coinvolte nell’amore per la causa di Dio, l’avvento del suo regno.

Si ascolta con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Ascoltare è la prima qualità del discepolo. Salomone, appena succeduto al padre nel governo, ancora molto giovane e in preda al panico su come e cosa fare, nel sogno in Gàbaon chiede a Dio che gli appare: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare”. Di rimando il Signore è molto soddisfatto della richiesta e gli concederà, oltre alla proverbiale sapienza, anche quello che era normale che un re chiedesse: lunga vita, vittoria sui nemici e ricchezza.

L’effetto dell'ascolto è la qualità di vita; “ascoltate e vivrete” è la meta sospirata quando le prospettive sono la sofferenza e il non senso dell’esistenza. È come risorgere, rinascere, rincontrare il cammino perso e trasformare la convivenza umana, e i rapporti interpersonali, nella dignità, da vivere con gioia ed entusiasmo.

Il motivo principale per aderire all'esortazione è che essa insegna e stabilisce la dinamica dall’Alleanza, cosicché dice il Signore: “Io stabilirò per voi un'Alleanza eterna, i favori assicurati a Davide”. Il patto eterno è garanzia della costante presenza del Signore, con le caratteristiche proprie del dono di sé stesso per la causa del diritto e della giustizia, ossia l’avvento del suo regno e l’accoglienza della sua sovranità.

I favori assicurati a Davide sono tesi a sostenere e contribuire alla realizzazione e al consolidamento del Regno, ad impiantare le condizioni di efficacia, in modo tale che la trasmissione della pienezza di vita sia costante e non manchi in ogni circostanza.

Pertanto il patto eterno è garanzia che il popolo, e ogni persona, può contare sulla fedeltà del Signore, che manifesta il suo proposito legato alla promessa fatta al re Davide, testimonianza del suo impegno con l'Alleanza che intende mantenere, nonostante il peccato e l'infedeltà del popolo.

Per l’infedeltà il popolo è sbandato e si trova nella delusione e scoraggiamento. Risponde il Signore che dona le garanzie suscitando animo, fiducia e determinazione: “Su, ascoltatemi e mangiate cose buone e gusterete cibi succulenti”.

La qualità del rapporto è sostenuta dalla fermezza e dall’intensità indicate nella seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 8, 35.37-39)

Io sono infatti persuaso...”. Il brano è una confessione della profondità, della consistenza dei sentimenti e della convinzione di Paolo riguardo al suo rapporto con Cristo. L'esperienza dell'amore di Cristo gli permette di fare considerazioni che vanno oltre la sua persona, e il cui riscontro è comune a ogni autentico discepolo di Cristo.

È in quest’ottica che si rivolge ai cristiani della comunità con la domanda: “Chi ci separerà dell’amore di Cristo?”. Egli stesso risponde: “Niente e nessuno”. E, per dare un'idea della portata dell'amore di Cristo, così come lo percepisce, elenca alcuni stati d'animo di grande impatto umano e psicologico: “la tribolazione, l'angoscia”, o situazioni di sofferenza e preoccupazione quali “la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada”. Esse, da sole, disgiunte dall’amore di Cristo, proiettano la persona in uno stato d’animo di scoraggiamento e di non senso che suscita buoni motivi, dal punto di vista umano, per desistere dal seguirlo.

Alla domanda retorica risponde con la sorprendente fermezza di chi ha esperienza di ciò che afferma: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”. Vincitori di che? Evidentemente Paolo si riferisce al mantenimento e consolidamento nell'amore di Cristo, in modo che nessuna “altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù”.

Percepire e credere nella grandezza e profondità dell’amore di Cristo declina la certezza per la quale “né morte né vita, né (…) potrà separarci dall’amore di Dio”. Pertanto niente lo può separare dall’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù. Di conseguenza, Dio mai prenderebbe l’iniziativa della separazione. Se devesse accadere, sarà solo per la volontà e determinazione del destinatario.

La seconda lettura calza perfettamente con l'esperienza vissuta da Paolo prima e dopo la conversione. Lo zelo e l'impegno con cui perseguitava i cristiani mostrano l’uomo determinato nel rispetto e nella fedeltà a Dio, con l'osservanza rigorosa della legge mosaica. Di fatto Paolo investe tutte le sue energie e risorse per raggiungere l’obiettivo.

Sulla via di Damasco, alle porte della città, è successo ciò che ha stravolto totalmente la sua vita. Da quel momento si consolida sempre più la sua Alleanza con Cristo, fino al punto di raggiungere lo spessore e la consistenza di cui sopra.

Le prove e le svariate sofferenze, così come pure le sue umilianti debolezze, sono ritenute opportunità per purificare e consolidare il vincolo d’amore. Tale condizione offre la certezza di essere “vincitore” su tutte le disgrazie e le sofferenze, e così partecipare della gloria del Signore già presente in lui.

È nota la sua affermazione, che unisce singolarmente, e con stupore, la croce e la resurrezione nella sua persona: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me…”. Conseguentemente, in piena sintonia con quanto detto sopra: “… E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,19-20).

L’amore consolidato e consistente è partecipazione ed espressione dell'immenso amore di Cristo, declinato nella compassione attuata costantemente nella celebrazione eucaristica, cui fa riferimento il vangelo.

 

Vangelo (Mt 14, 13-21) – Adattamento del commento di Alberto Maggi

La violenta e improvvisa morte del Battista è un momento sconcertante e drammatico per Gesù, anche per il fatto di percepire in essa un segnale per il suo stesso destino, oltre al comprensibile stato d’animo per la fine sconcertante della persona a cui ha tessuto l’elogio che il vangelo riporta.

Probabilmente il triste evento motiva la necessità di ritirarsi nel deserto, in solitudine; infatti, “Gesù parti di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”, per rimanere solo e meditare, com’è normale che accada ad ogni persona che viva circostanze come la sua. Ci sono momenti di turbamento interiore che richiedono silenzio e solitudine. Entrare nel deserto può avere molte motivazioni; esso richiama, fra le altre, l’ambito della tentazione e della vittoria su di essa e il luogo della preghiera in dialogo con il Padre.

Ma le folle hanno bisogno di lui. E Gesù, “Sceso dalla barca, vide una grande folla (…)”. Forse non si aspettava questo incontro e neanche lo desiderava per la circostanza del lutto. Tuttavia, vedendo la grande folla, percepì l'attesa e la speranza di essa riposta nella sua persona, nella sua parola e, soprattutto, nella sua azione. Pertanto, “(…) sentì compassione per loro e guarì i loro malati”.

Nella nostra cultura, la compassione è la capacità di percepire, sintonizzare e partecipare della sofferenza altrui. In Gesù essa è più forte dello stato d’animo suscitato dalla morte di Giovanni. In Lui prevale l’attenzione al bisogno della gente.

Tuttavia Alberto Maggi rileva che l’azione divina di sentire compassione per il popolo, non è mai un sentimento. Essa mette in moto un meccanismo per alleviare le sofferenze dell’altro. Nel guarire “i loro malati”, l’evangelista vuol convincere la comunità dei giudei, affinché riconoscano Gesù quale Messia inviato da Dio, ma anche l’uomo che ha la stessa condizione divina e, secondo la mentalità ebraica, è Figlio di Dio.

La compassione è un elemento della forza motrice per la quale la persona “esce” da sé stessa, motivata dalla misericordia, una caratteristica fondamentale dell’azione pastorale di Gesù. La sensibilità umana fa sì che il progetto dell’avvento del Regno, orientato al riscatto della sofferenza da un lato, e dal donare nuova vita dall’altro, fa emergere dal proprio intimo la forza di porre in secondo piano le proprie preoccupazioni e sofferenze, più che ovvie, e disporsi al servizio di quelli che hanno bisogno di intervento immediato.

Cosicché, “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Mentre i discepoli cercano di liberarsi dalle necessità del popolo congedandolo, Gesù, al contrario, mostra ai discepoli la forza e il potere della compassione divina. Si è fatto tardi, è sera, il momento in cui c’è il pasto principale nel mondo palestinese. I discepoli non hanno compreso ancora il messaggio di Gesù e pensano, con la mentalità vigente della società: per mangiare occorre comperare. Chi ha soldi mangia, vive; naturalmente chi non ha soldi, non mangia e non vive.

“Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. La mentalità dei discepoli non ha accolto e compreso l’insegnamento di Gesù di condividere generosamente, e ragionano in termini di comperare, discriminando tra chi può e chi non può.

E Gesù fa comprendere il significato profondo dell’Eucaristia: “voi stessi date loro da mangiare”. Non significa soltanto che dovete dare voi da mangiare, ma date voi stessi da mangiare: è il significato dell’eucaristia. Come Gesù nell’Eucaristia si farà pane e dirà: “prendete e mangiate questo sono io”, così Gesù chiede ai discepoli di farsi pane per la folla.

“Gli risposero: “qui non abbiamo altro che 5 pani e 2 pesci!”. I numeri nei vangeli e nella bibbia non hanno mai o quasi mai il valore matematico, ma un valore figurato o teologico. Esattamente come facciamo noi quando diciamo: è un’ora che ti aspetto, è un anno che non ci si vede, l’ho detto mille volte.

La replica dei discepoli è che hanno 5 pani e 2 pesci, 5+2 fa 7, che nella mentalità e nella cultura ebraica significa il tutto. L’evangelista non vuol descrivere che presentano 5 pagnottelle e 2 pesciolini, ma che mettono insieme tutto quello che hanno.

“Ed egli disse: “Portatemeli qua”. Incomincia una serie di indicazioni con cui l’evangelista fa comprendere che non sta narrando un prodigio, che può ripetere qualunque prestigiatore, ma qualcosa di più profondo che riguarda la vita della comunità.

“E, dopo aver ordinato alla folla di sdraiarsi (…)”; Nei pranzi festivi, chi poteva permettersi del personale di servizio usava mangiare sdraiato nel lettino, appoggiato sul gomito destro, e prendeva il cibo con la mano sinistra. Era la maniera di mangiare dei signori e gli ebrei, anche i più poveri, cercavano di farlo almeno una volta all’anno, in occasione della Pasqua, passaggio verso la libertà. Gesù per primo ordine, dice che la gente si sdrai, perché attraverso il servizio dei discepoli che diventano i loro servi, si sentano signori; questo è lo scopo di Gesù, rendere signori le persone.

“(…) prese i 5 pani e i 2 pesci e guardando verso il cielo”. Il cielo è il luogo che richiama l’azione divina; Gesù si mette in piena comunione con il Padre – “benedì, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alle folle” -: sono le esatte espressioni che l’evangelista adopererà per l’ultima cena di Gesù. L’evangelista vuol fare comprendere il significato profondo dell’eucaristia e l’azione che permette la piena partecipazione all’eucaristia cristiana.

La funzione dei discepoli è quella di essere al servizio delle folle, per renderle signori.

Gesù diede ai discepoli e i discepoli alle folle. I discepoli sono invitati a prolungare il gesto di Gesù, distribuendo alle folle con il pane, anche la propria persona: date voi stessi da mangiare, la vostra esistenza, la vostra vita. È il segno del dono di sé.

“E mangiarono tutti e si saziarono”; l’evangelista usa un verbo che si adopera soltanto per gli animali quando mangiano fino a scoppiare. Noi dovremmo usare un altro verbo che è in disuso, essere satolli, satollarsi: hanno mangiato fino a scoppiare, come le bestie.

Perché questo verbo si saziarono? Appare qui e soltanto nelle beatitudini, dove Gesù dice: beati gli affamati e assetati di giustizia, perché questi saranno (satollati) saziati. Come si sazia la propria sete e fame di giustizia? Saziando gli altri della loro fame naturale.

L’evangelista vuol far comprendere che sazieranno la loro fame e sete di giustizia, saziando la fame fisica di tutti coloro a cui manca il pane.

“portarono via i pezzi avanzati: 12 ceste piene”. Quando l’evangelista indica l’azione di Gesù, dice: benedì, spezzò i pani. I pesci vengono eliminati per far risaltare l’azione eucaristica, dove c’è soltanto il pane; i pesci vengono messi in disparte.

Il 12 era il numero delle tribù di Israele e l’evangelista vuol dire che, mediante il sistema della condivisione generosa di quello che si è e di quello che si ha, non solo ci si sfama, ci si satolla ma, addirittura, si riesce a far avanzare tanto pane da sfamare tutto Israele. Se gli individui, anziché tenere tutto per sé quello che giudicano insufficiente (abbiamo 5 pani e 2 pesci) lo mettono insieme, si crea un’abbondanza tale da eliminare la fame.

“Quelli che avevano mangiato erano circa 5000 uomini”; l’evangelista non ha fatto il censimento di quante persone erano e, tra l’altro, aggiunge: “senza contare le donne e i bambini”. Perché 5000? 5000 è un multiplo di 5 che, nella simbologia ebraica, indica l’azione dello Spirito Santo, dell’amore di Dio.

Nell’Antico Testamento i profeti, animati dallo Spirito, andavano a gruppi di cinquanta; il termine Pentecoste (quando discende lo Spirito Santo) significa 50 giorni dopo la Pasqua. Gesù ha invitato i suoi discepoli: date voi da mangiare, cioè datevi voi come pasto alle folle, che non sono state nutrite soltanto di un pezzo di pane, non è stata fatta loro l’elemosina: l’evangelista vuol dire, così, che è stato fatto un dono d’amore. Hanno compreso che in quel pane, che è stato dato loro, non c’era solo quella sostanza, ma c’era anche l’individuo che lo portava.

Il discepolo si è fatto uno con il pane che ha dato all’individuo, il quale ha compreso che, in quel pane, c’era pure l’amore. È l’azione dello Spirito.

L’evangelista dice: “senza le donne ei bambini”, perché le donne e i bambini, considerati nella cultura ebraica esseri inferiori, non venivano contati. Nel culto della Sinagoga, dovevano esserci almeno dieci uomini, senza contare le donne e i bambini; se c’erano 50 donne e 50 bambini, ma mancavano 10 uomini adulti, non si poteva fare il culto.

Mentre il vecchio culto, che si celebrava nella Sinagoga, era rivolto a Dio e aveva bisogno di un luogo particolare, il nuovo culto di Gesù parte da Dio, che si fa pane per gli uomini e non ha più bisogno di uno spazio particolare, di liturgie particolari. E dovunque si trasmette un pane carico di Spirito, un pane carico d’amore.

Il nuovo culto non si rivolge più a Dio, ma parte da Dio ed è rivolto agli uomini.

 

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